domenica 25 dicembre 2011

Vengon oggi solo auguri

BUON NATALE A TUTTI

Rapporti con santi e supereroi in genere


A pranzo con parenti, è stato interessante scandagliare il rapporto delle genti e delle generazioni con le imminenti festività.
- Attenzione spoiler-
I miei nipoti ora diciottenni ancora ricordano vividamente il dolore infinito della scoperta del grande imbroglio Babbo Natale: erano in Grecia, in un ristorante sul mare, in un luglio afoso, e attendendo l’ordinazione hanno chiesto ai genitori quasi per scherzo, per una definitiva conferma, se quelle voci dei compagni sull’inesistenza del grande vecchio potessero avere un fondo di realtà. I genitori hanno confessato. E loro, da bravi futuri ingegneri, hanno passato in rassegna con una sorprendentemente precisa memoria dell’infanzia tutti i Natali trascorsi, facendosi spiegare come fosse possibile che i genitori falsi e bugiardi fossero accanto a loro nei consueti panni e contemporaneamente impersonassero il vecchio porporavestito, e come mai quell’altra volta Babbo è arrivato da quella direzione mentre il padre si trovava dall’altra parte della stanza, e così via, quasi a cercare di ricondurre loro i genitori alla realtà, sottraendoli a quella incomprensibile arroganza di volersi fingere Santi o Supereroi.
Per quanto mi riguarda, l’assoluta mancanza di spiritualità della mia atea famiglia mi portava ad accettare con molta diffidenza la materializzazione di figure ambigue che si aggirassero per casa. Se una vecchia santa cieca e asinomunita riesce a penetrare senza alcun problema a depositare il dovuto e a ingurgitare bicchieri di latte e manate di fieno (procurati dai genitori per attribuire realismo alla messa in scena), chiunque potrà entrare a casa nostra, anche con intenzioni meno nobili di quella di rallegrare la mia mattinata. Ricordo notti di puro terrore, attenta a captare i rumori dell’infrazione. La scoperta della verità, alla fine, deve essere stata un sollievo, che naturalmente ho rimosso.
 Infine, viaggiando fino all’inizio del Novecento a spiare la famiglia prolifica di un povero maniscalco, in cui la scoperta della verità comportava (con una qualche logica, pur legata alla povertà) la definitiva rinuncia al misero regalo, diamo uno sguardo a mio nonno P; terrorizzato che quel momento arrivasse (dunque, nell’intimo, già consapevole), fu un giorno preso dal panico, e corse dalla madre tappandosi le orecchie e gridando: Mama, mama, i vol dirme chi che l’è San Nicolo!

sabato 24 dicembre 2011

Adesso basta!

Dunque: vivo un momento di stress piuttosto significativo, che somatizza fino a ridurmi a fenomeno da baraccone per monatti, braccandomi in mille malattie, di cui, non richiesta, farò elenco meramente esemplificativo: colite, gastrite con reflusso, cistite, congiuntivite, tonsillite, tracheite, e ora, badate, pressione alta e pianto a dirotto; avevo assolutamente bisogno di leggere un libro che si chiamasse: Adesso basta. E l'ho trovato, me lo sono letto e ho concordato con tutti i principi universali colà delineati: l'autore, Simone Perotti, ha detto basta alla vita da manager affermato ma asfissiato dalle sue giornate, per ridimensionare i suoi bisogni, dunque le sue entrate, godendosi la vita in modo più consapevole, e vuole darne testimonianza a mo' di risveglio delle coscienze. Concordo con molti dei suoi ragionamenti astratti, ma, per quanto riguarda l'applicazione pratica del metodo, ho omesso di prestare attenzione ai suoi presupposti rispetto alla mia vita: lui cerca di convincermi a lasciare un lavoro per il quale ho lottato aspramente e che mi dà innumerevoli soddisfazioni, un tenore di vita lussuoso e pieno di ammenicoli costosi e inutili, i viaggi di lavoro in business class, i ristoranti alla moda settimanali. Ecco, ho rinunciato. E non è cambiato niente..

Sunti di vita


La pausa forzata ha escluso da questo blog tre eventi straordinari, che riporto per ordine storico e memoria personale:
-          il tracollo di Berlusconi, troppo lento e troppo tardo, ma comunque ristoratore, anche se, come per la tonsillite, alla prima placchetta si teme che ritorni anche dopo 4 mesi di penicillina.
-          l’inizio dell’asilo di Babi, ovvero: il termine dell’asilo nido e l’inizio della – neologismo -scuola dell’Infanzia, che ha molti pregi. E’ vicina a casa. Ha maestre in gamba. E soprattutto: è pubblica, chediolabenedica. La famiglia Debitucci si troverà improvvisamente a fare i conti con 535 euro in più al mese, facendosene di sicuro una ragione.
-          ho ricominciato dopo anni silenziosi a cantare, grazie ad un volantino abbandonato nell’asilo di cui sopra ed a un magnifico branco di jazzisti  coordinati da un maestro di piano bravissimo ad ammucchiare appassionati. Grande onore, ho dato il nome ad uno del numerosi quintetti che si compongono e scompongono trisettimanalmente come cellule impazzite. Un po’ come il sogno che una volta, intervistato, narrò Camilleri: precipitare proprio in mezzo al palco del teatro Bol'šoj intonando l’ultimo acuto prima dell’applauso scrosciante. Un sogno cantato per anni sotto la doccia per realizzare il quale suonano in quattro.

Catene


La collega N. invia sempre a una selezionata mailing list, della quale ho l’onore di far parte per meriti misteriosi, quelle mail simil new-age spiritual buddist che infestano la rete, con insegnamenti quali “bisognerebbe sempre usare parole buone.... Perchè domani forse si dovranno rimangiare”, o “quando tuo figlio appena nato tiene il tuo dito nel suo piccolo pugno.... ti ha agganciato per la vita”, o ancora “tutti vogliono vivere in cima alla montagna.... Ma tutta la felicità e la crescita avvengono mentre la  scali”, oppure “Questa immagine ha già fatto miracoli. Esprimi un desiderio… Noterai cambiamenti nella tua vita oggi stesso. Puoi anche non crederci ma non conservare questa mail per te; manda questa foto ad almeno 7 persone” e fregnacce simili.
Naturalmente la collega trova in me un’indefesso collo di bottiglia, strenua opposizione alla diffusione delle indispensabili massime, pur consapevole di giocarmi in anticipo la gratuita realizzazione di ogni desiderio più intimo, ma è altro che vorrei sottolineare.
Suppongo che N. ogni mattina legga le succitate perle di saggezza, che stimolano all’amore universale, alla gentilezza, alla riflessione.
E allora perché cavolo ogni volta che si entra nel suo ufficio si rischia una morte orribile?

sabato 17 dicembre 2011

Diritto al mona

Più mi sento invasa dalla fatica e dallo stress più cerco libri che mi rendano leggera, me ne rendo conto. A volte mi sento in colpa, come quando si legge un romanzo perché è piaciuto il film da cui è stato tratto e il cervello, snob fino all’ipotalamo, dice eddai, ma è un sistema da analfabeti di ritorno..Ma non è il momento di Musil. Nemmeno dell’amato James, ho interrotto le Bostoniane. E nemmeno della sofferenza alcolica americana, o della vita di Ipazia. Ho diritto a cercare puro sollievo, o la mente si atrofizza nella semplicità? La risposta me la regala il solito Pennac – certo che difendo i miei diritti di lettore con più veemenza dei miei diritti costituzionali - e mi metto il cuore in pace.

Ultima sfilza

Ecco i libri della fine dell’estate: Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Roseanna, uno dei gialli ripescati dagli anni ’70 e ripubblicati recentemente da Sellerio su consiglio di Camilleri, famosi per aver voluto portare sulle pagine “uno scalpello per sventrare il sedicente “welfare state” di tipo borghese, ideologico, pauperistico e moralmente discutibile”, per dirla con lo stesso Wahlöö. Ottimi intenti, che dire, ma pochi mesi dopo mi ricordo troppo poco per ritenere che mi abbia scalfita. Forse è dura deprecare la Svezia degli anni ‘60 dall’Italia di oggi.

Serena Dandini, Dai diamanti non nasce niente. Nient’altro che piacevole a tratti, e nemmeno troppo utile alle mie velleità di giardiniera. Troppo fuori dal suo mestiere, e come è giusto deprecare le vallette che si credono attrici, è giusto fare con seri professionisti della TV che si dichiarano scrittori all’improvviso.

Odore di chiuso di Marco Malvaldi. Mi ha fatto pensare che non esiste più il libro giallo; tutti, dagli osannati nordici al nostro Camilleri, hanno virato verso il genere noir. E Malvaldi decide di dedicarsi a un giallo di quelli di una volta, con un morto in un ambiente ristretto, personaggi fortemente caratterizzati, l’ospite che collabora a risolvere il mistero (che è poi l’Artusi, con tanto di ricetta finale che mi toccherà provare)…che piacere!

James Crumley, L’ultimo vero bacio – noir immerso nella Provincia Americana, di un autore che da molti è definito, con assoluto spirito iperbolico, erede di Chandler e degli altri scrittori hard boiled d’annata. La Provincia Americana (che chiamerò PA, visto che i sentimenti sono simili a quelli che mi suscita la Pubblica Amministrazione) mi suscita spesso malessere, non so se si tratti di qualche ombra d’infanzia che imprigioni la memoria inconscia riportandola a qualche antico dolore, o se semplicemente non sia in grado di sopportare i cani alcolizzati, ma, indipendentemente dal valore dello scrittore - benché debba essere sufficientemente arguto da aver compreso e riportato su carta l’odore della PA - ho continuamente in bocca il gusto dell’altrui doposbronza, senza essermi goduta il festino che l’ha preceduta.

Marco Malvaldi, Il gioco delle tre carte. Niente da fare: Malvaldi mi piace. Mi era piaciuto il giallo vecchio stile, mi piace questo giallo ambientato in una provincia in cui alcuni tenaci vecchi riescono a fuggire alla globalizzazione della quotidianità, imprimendo alle giornate una lentezza umana – di cui avrei così bisogno.

Helene Hanff – 84, Charing cross road. Sono entrata nel club dei fans più calorosi di questo mini epistolario, una di quelle piccole meraviglie basate su un intreccio nullo ma su tutte le corde di un’anima di quelle che piacciono proprio a me. Ebbene: ne ho guardato il film qualche tempo fa, e l’ho trovato straordinario, commovente e appassionante, desiderando immensamente di possedere il libro. E ora il libercolo, delle dimensioni giuste per non farmi apparire come una che traina un secchio di pietre fuori dall’orto, mi farà compagnia in borsetta, sperando sempre che anche l’ispirazione avanzi per osmosi.

Musicofilia di Oliver Sachs, sempre interessante, un po’ troppo prolisso e ripetitivo rispetto al solito Sachs.

I peccati di Peyton Place di Grace Metalious, oscura casalinga americana, trovato a 3 euro in una bancarella di piazza della Repubblica. Primo grande bestseller internazionale, da oltre 20 milioni di copie solo negli Stati Uniti, fonte di scandali e sensazione negli anni ’50, ha ispirato film, serie, e quegli strani fenomeni che sono i film TV.
Conserva un suo fascino, direi, ha un suo intreccio più che decente, e parla di sesso come nessuno all’epoca, sottolineando le ipocrisie, i provincialismi, le meschinità che sono le vere depravazioni, poiché costringono persone all’infelicità sulla base di niente.

Una ragazza per la notte di Corrado Augias: ritorno al giallo “politico”, più tipico del nostro tempo e del nostro Paese. Scrive bene, non annoia, e angoscia quanto basta descrivendo nel 1994 quello che i Telegiornali avrebbero trovato nell’Olgettina diciassette anni dopo. Grande visionario, o è il Paese che non fa che ripetersi?

Storia della mia gente di Edoardo Nesi. Trovo altrove solo recensioni magnifiche, forse io ne ho letto, per restare in tema, la versione cinese da bancarella. A me ha dato questa sensazione: fossi un’insegnante, e dovessi correggere un tema di tal fatta, ne sarei molto soddisfatta, perché oltre a descrivere con lucidità il declino dell’industria tessile pratese, gli errori e la cecità degli industriali, dei politici, del Paese nel suo complesso, lascia intravedere l’amore per la letteratura, per il buon cinema, e sintatticamente risulta semplice e corretto. Il ragazzo si farà. E nel frattempo vince il Premio Strega.

mercoledì 14 dicembre 2011

Quarant'anni di coerenza


In ufficio c’è una collega che ha capito perfettamente il comportamento da tenere per evitare di lavorare, mantenuto con coerenza assoluta dall’assunzione alle soglie della pensione: fingere di non capire niente. E’ necessaria una seria dedizione alla causa, una faccia tosta non indifferente, la simulazione di una certa naivete, e infine la capacità di fottersene del proprio orgoglio. Questa collega, B, è così professionale che non è mai stata presa alla sprovvista, tranne che per qualche occhiata spiritosa e intelligente che talvolta si sottrae al suo controllo assoluto.
- Mi spieghi come fare questa cosa, che io proprio non ci riesco?
- Come sempre, B, come tutte le altre volte che te l’ho mostrato. Si apre questa schermata, si inserisce questa query…
- Gesùgiuseppemariaprotettoridellanimamia, cosa hai fatto, come ti è venuta fuori quella scritta??
- Col “copia e incolla”..
- Ma che roba è, non l’ho mai sentita!
- Lascia, B, me ne occupo io.
Un formidabile genio.

Camping a vita


Ebbene: ho conosciuto una donna eroica, che pur abitando un paesino lacustre (e sul Lago di Garda, che pare attrarre moltissime persone che, follia, snobbano il mare), da giugno a settembre decide responsabilmente di trasferirsi con la famiglia in un campeggio sito sulla stessa sponda del paesino lacustre. I bambini sono più felici, dice. Ma lei e il marito, ogni mattina, scendono a patti con il bagno comunitario, asciugamano in spalla e spazzolino in mano, per poi vestirsi di tutto punto (e si sa, i commerciali si vestono come wedding planners, non come me che cado nei miei jeans direttamente dal letto), truccarsi, e partire per il lavoro, fingendo ogni sera di partire per la vacanza. 

martedì 13 dicembre 2011

Scorci di brandelli d'estate - Negli occhi il mare



Sto elaborando il lutto del rientro, forse scrivere mi può aiutare, come il lettino dello psicanalista.
Eccezionali giorni a Sabaudia, nella casa di un caro amico che, periodicamente, disturbiamo con richieste di prestito della magnifica villa, sempre accordate con gentilezza, subito prima di beccare, su Repubblica TV, un reportage sulle pesanti infiltrazioni camorristiche nella ridente cittadina.
Ci siamo felicemente venduti al lettore di DVD per l’auto, che interpretavamo come una debolezza negli altri genitori di figli scatenati, ma provatevi voi, 760 chilometri con l’eterna domanda: quando arriviamo? che scatta dopo i primi 5 minuti e non smette proprio mai.
Abbiamo visitato lo zoo di Roma, destinazione obbligata per qualunque genitore voglia salvarsi la vita a Ferragosto, sostenendo Babi nel momento di estrema delusione in cui ha scoperto che gli animali non si trovano tutti insieme come nel Libro della Giungla – modello “e la gazzella non dormirà molto bene”, e gli elefanti tendono a non cantare in pubblico.
Babi ha imparato a buttarsi in mare a occhi spalancati, riemergendo scompostamente ma con uno sguardo di gioia totale; durante una esplorazione subacquea di pochi secondi con addosso maschera e tubo, ha visto un granchio e, scegliendo se bandire dalla sua vita mare o maschera, ha giustamente dismesso quest’ultima, in base al concetto lontano dagli occhi lontano dal timore del cuore.
Noi abbiamo apprezzato la spiaggia libera, muniti di lettino sfilacciato e ombrellone da giardino (poiché di trascinare per le dune la base di cemento non se ne parlava, si è scelto di infilarlo a forza nella sabbia contro la sua natura), scoprendo che le strette lingue di sabbia libera tra gli stabilimenti sono laggiù estremamente meno frequentate e più ariose degli assurdi appezzamenti in concessione, in cui i lettini sono disposti incollati come un'unica brandina gigante, e in cui, rincorrendo l’ombra che vaga per la giornata, peraltro pagata a peso d’oro, si finisce distesi sul thermos del vicino.
Abbiamo mangiato numerose mozzarelle fregandocene delle infiltrazioni casalesi nel ramo bufala e dell’arresto di una quarantina di veterinari compiacenti, ripetendoci il mantra “che male può fare, per 10 giorni”.
Abbiamo provato una pizzeria nuova (quella abituale era casualmente stata messa sotto sequestro), curiosamente annessa a una casa di riposo e allegra esattamente come ci si aspetta la mensa della stessa, con giochi per bambini che parevano esplosi, abbandonati lì, né rimossi, né riparati, forse per sollecitare un sano confronto con la quotidianità dei bambini di Gaza.
Abbiamo condiviso la casa con cari amici con figlio coetaneo di Babi, e ci siamo persi in chiacchiere mentre i due nanerottoli litigavano aspramente, senza disdegnare l’uso delle mani, su concetti tipo: la scala è bella, la scala è brutta, oppure: basta! Ancora!, salvo poi cercarsi disperatamente appena uno dei due si allontanava.
Abbiamo imparato a mettere un Babi totalmente refrattario al sonnellino davanti a quell’insopportabile orso ritardato Uinni dei Pù, per goderci il riposo pomeridiano a camera spalancata alla corrente lacustre, prima di affrontare di nuovo la spiaggia, e venir svegliati per la merenda dal suddetto Piscialletto che aveva vegliato durante il nostro sonno.
Abbiamo letto tanto tanto, rubando attimi sabbiosi e attimi notturni, e abbiamo momentaneamente ripreso un normale ritmo sonno-veglia, che si è dissolto appena è tornata ad occuparci la mente l’imminente stagione lavorativa.

Scorci d'estate / 3 La solitudine del velista



La mia esperienza insegna che la passione per la vela sia uno di quei piaceri che trascina invariabilmente l’uomo* in una solitudine profonda, il più delle volte senza desiderarlo, e quasi senza rendersene conto.
Tutto inizia con l’acquisto di una barca a vela, della più varia metratura, inizialmente accolto dall’ignara famiglia con pari soddisfazione di tutti i membri, pregustando il divertimento, o l’avventura, o il prestigio sociale.
Poi, la prima spedizione. E le prime crepe. Il velista imbarca la famiglia, e partono immediatamente i sacramenti: anche l’uomo più mite e gentile nel quotidiano, su una barca a vela diventa un cerbero dannato, e parla una lingua incomprensibile ai più, fatta di orza! Il carrello di scotta della randa! bolina larga! La deriva!
Più numerosi sono i giovani imbarcati e sottoposti a sevizie, più la moglie si illude ancora di potersi godere la giornata. Fino a che il boma non le colpisce la nuca, e la randa non le oscura il sole più o meno ogni dieci minuti, lasciandola in balia della brezza polare mentre una muta di pazzi le cammina addosso per afferrare scotte, cime, ancore all’urlo di “impediti! Siete degli impediti!”. Se figli non ce ne sono, o non sono abbastanza, anche la signora verrà trascinata nel turbine agli ordini di un ormai irriconoscibile maschio alfa.
Se alla vela si unisce la passione per la pesca, il matrimonio è in serio pericolo già con la prima gita: al termine della giornata, mentre il velista siederà al circolo, con un gin tra le mani, a raccontare di pesci lunghi come semirette, la signora si ritroverà con duecento cefali da pulire, o millecinquecento seppie grandi come fragole da liberare dell’osso, perché non vi sia confusione di ruoli tra mozzi e capitani.
Quando, dopo un numero generalmente breve di uscite, la moglie si rifiuterà di rivivere quell’inferno, dichiarandosi dispiaciuta di aver già accettato l’allettante offerta di un weekend in coda sulla Salerno – Reggio Calabria, i figli ci proveranno ancora un po’, in parte affascinati dalla doppia personalità paterna, in parte desiderosi di guadagnarne l’approvazione, e infine, se maschi, ancora incredibilmente convinti di accrescere il proprio sex appeal con una barca sotto i piedi.
Ma viene il giorno in cui la famiglia cede al completo, e al velista non resta che cercare appassionati come lui per condividere richiami gutturali ed esperienze di mare. Peccato che ognuno di questi appassionati abbia la propria barca, vuota, enorme e silenziosa, e ognuno rifiuti categoricamente di riconoscere all’altro un’autorità immeritata accettando un ruolo da secondo sullo scafo altrui.
Così, il mare è pieno di uomini soli su barche fuori misura, la cui assenza, se cala il vento all’improvviso immobilizzandoli in mezzo alla baia, viene notata dalla famiglia solo verso sera, quando la tranquillità si protrae troppo per non sembrare innaturale.

* tutto questo può accadere anche a generi invertiti, ma nella mia esperienza, a farsi stregare da questo baratro, sono sempre gli uomini, e, arbitrariamente, riconosco alle donne sempre un po’ di più sale in zucca quanto alla scelta dei loro passatempi  

Scorci d'estate / 2 Siamo tutti sulla stessa barca



In riva al mare, Babi sembra concedermi un secondo, preso in non so quale tentativo di abbracciare l’intera fauna marina, quando, crogiolandomi con un orecchio sempre pronto a constatare la fine del paradiso, vengo profondamente urtata da una visione spaventosa: un barcone turistico così stipato di gente da farli apparire a mazzi, trattenuti a fatica dalle ringhiere, con una musica così alta e così stupida da oscurare l’orizzonte, perché si sa, l’idiozia può far male.
Il natante ci mette troppo, a sparire dalla mia vista dopo aver attraversato la baia da un capo all’altro, ci mette esattamente tutto il tempo che mi rimaneva prima di tornare madre tuttofare (“mammaa, ma cos’era?”). E osa ripassare e ripassare, più volte nella giornata, con persone, mi auguro per loro, sempre diverse e sempre incredibilmente contente di agitarsi come pesci nelle reti.
L’amarezza fa riflettere: e se degli scafisti congegnassero questo piano per portare poveracci da una riva all’altra del Mediterraneo?
Se, dopo aver raggranellato qualche migliaio di dollari indebitando l’intero parentado, e attraversato deserti infiniti ammucchiati nel bagagliaio, frontiere crudeli appesi sotto a un camion, controllori corrotti, fame e freddo, i migranti si trovassero ad essere ammucchiati su una nave a forma di terrazza, fustigati da musica dance a tutto volume, e fossero anche costretti a raccogliere le forze per fingere frizzante allegria, in modo da passare le frontiere inosservati, e si trovassero di notte, abbandonati sulla riva di un mare europeo, vestiti come cubisti e storditi dall’esperienza inspiegabile? Forse, usare la stupidità come deterrente all’immigrazione sarebbe vincente: quel che è troppo è troppo. 

lunedì 12 dicembre 2011

Piccolo genio del backstage


Nei momenti in cui ogni madre crede di allevare un piccolo genio, normalmente solo a titolo di barbaro riscatto dei propri fallimenti, credo fermamente che Babi abbia un futuro da musicista. Basta guardare il luccichio dei suoi occhi davanti a qualsiasi custodia, contenga pure un mitra per il massacro di San Valentino; basta prestare attenzione all’incredibile intonazione del pargolo che, nebulosamente, si tende a far risalire ai primi vagiti; basta osservare l’ipnotica pazienza con cui il bimbo, contrariamente alla sua vivacissima natura si sistema sul bordo di un qualsiasi palcoscenico a veder predisporre l’esibizione di una big band di jazz, con tanto di eterna prova microfoni e consuete lungaggini da pre-concerto..
Certo che poi è strano: quando gli strumenti sono pronti, i musicisti hanno indossato il frac, e le luci attirano lo sguardo verso l’inizio del concerto, ecco che Babi ritiene di aver terminato il suo compito: ecco, mamma, possiamo andare.

Scorci d'estate


L’altra sera Festa Democratica del paese, e in questa estate novembrina siamo riusciti a ricavarci uno scorcio di tramonto e un pezzetto di prato per dedicarci ai gnocchi fatti a mano (ottimi), alla pesca di beneficienza (pessima, mai mi era capitato di non avere nemmeno un foglietto rosso, per una presina o una paletta moschicida), e allo spettacolo che ci toccava.
E ci è toccata un’eterna esibizione di una scuola di danza, in cui rigidi manici di scopa davano luogo a contorcimenti ritmici che facevano dolere la cervicale al solo pensiero.
Quando osservi il walzer, ti rassegni: figlio d’Europa, ce lo siamo voluto così, la donna e l’uomo che sembra non ballino nemmeno insieme, lei a guardare le pareti, lui vagamente oltre la testa di lei, le braccia arrotondate a mantenere le distanze, per non dar adito a peccaminosi inciuci. E’l’ottocento, bellezza.
Ma quando guardi la danza del ventre, o i balli latino americani, quella è sofferenza pura: e non parlo dei gruppetti di principianti, che ci mettono l’anima, a dimenarsi immaginandosi nei peggiori bar dell’Havana, ma delle deleterie coppie di pluripremiati, che ballano come ingranaggi di un compressore, sbuffando, trottando e roteando, e applicano la postura del walzer a danze che, osservate nei paesi d’origine, appaiono fatte di impercettibili movimenti e brevi contatti forieri di sicure gravidanze.
Quelle coppie mi trasmettono la stessa tristezza delle donne rifatte, che rinunciano orgogliosamente al proprio viso in virtù di un discutibilissimo risultato estetico; in più, vestite con quello che potrebbe essere l’abbigliamento intimo della Regina Madre, creano un contesto talmente deprimente da stupire. 

Altri libri estivi


Che dire di “il testamento” di Grisham? Estremamente piacevole, e foriero di leggiadri insegnamenti su immani estensioni paludose brasiliane chiamate Pantanal. Si potrebbe vivere senza? Sì. Ma è piacevole la voglia di restare soli col proprio libro, come ascoltando una storia d’inverno intorno al fuoco, e faticare a staccarsene. E’ una delle sensazioni per cui vale la pena di vivere.

E poi è venuto Il giorno in più di Fabio Volo.
Quell’uomo mi ha sempre ispirato simpatia, per quel poco che l’abbia potuto seguire, lo trovo un attore dignitoso e un uomo di spettacolo spiritoso; mi incuriosiva come scrittore, con anche quel po’ d’invidia per chi tenta e riesce, pare, in tutto.
La storia non è male, ossia, alla fine è scontata, ma riesce a mantenere intatta la curiosità sul destino di questo amore, e quando un finale è scontato solo all’ultima pagina, il lavoro, per me, è riuscito. Quello che non mi ha proprio convinta è il bisogno dell’autore di spiegare come la pensi su ogni cosa e  in ogni momento, non facendo emergere il punto di vista dalla narrazione, ma spingendo la narrazione a creare luoghi di sentenze su ogni minimo aspetto della vita. Un po’ come Platone, che radunava discepoli ai piedi di Socrate, e tutti attenti a ascoltare, senza distrarsi con le proprie quotidiane vicende; ma - è scontato - senza la parvenza (e neanche la volontà) di costruire un’opera di pari spessore intellettuale. Se vuoi e sai d’esser leggero, lascia scivolare i fatti, Volo, non ingombrarli di principi.

Infine mi sono dedicata a Amy Chua, Il ruggito della mamma tigre, ovvero l’opposto perfetto ai libri di pedagogia che sono sempre stati la mia bibbia, dalla nascita di Babi. E l’ho letto in un momento in cui la famiglia Rumoretti sta prendendo le misure da zero con un piccolo adolescente di tre anni, che ha iniziato a chiarire con parole taglienti e fatti conclusivi chi, a suo parere, sia al comando del trio; non nascondo dunque che in qualche tratto la lettura abbia suscitato in me un qualche accenno di piacere sadico.
Il libro individua tre differenze principali di forma mentis tra i genitori orientali e occidentali:
la mamma cinese non si impone alcuna preoccupazione circa l’alimentare e il mantenere l’autostima dei figli, che non vede assolutamente come fragili; crede profondamente che i suoi figli siano in debito con i genitori, e debbano trascorrere la vita cercando di ripagarne con devozione i sacrifici; ritiene di sapere esattamente cosa sia meglio per i figli, assoggettandoli così senza alcuna remora alle proprie volontà e calpestandone i desideri.
Al fine di promuoverne la crescita intellettuale e il primato lavorativo, la madre cinese sottopone i figli ad ininterrotto studio, scolastico e musicale, non ammettendo alcun voto inferiore al massimo, e negando ogni svago; riducendo insomma la vita di bambini e adolescenti a qualcosa che per noi è impossibile anche solo immaginare.
In realtà, ulteriore prova di come sia sempre meglio assaggiare che sentir descrivere, dal libro non emerge una donna folle, rigida quanto sicura del proprio metodo, ovvero quella che è stata descritta in diversi dibattiti televisivi eretti sul niente in questi mesi a seguito dell’uscita del libro: questa donna, che vive di persona, prima da figlia e poi da madre, tutti i contraccolpi di uno scontro di culture, si chiede ripetutamente se il suo metodo sia in effetti superiore, se porti a risultati obiettivamente e complessivamente migliori del permissivismo occidentale, guardando onestamente ai propri fallimenti, cambiando in diversi casi opinione e riflettendo sui limiti della propria severità.
Fondamentalmente, conclude, nessuno dei due metodi educativi costituisce garanzia di felicità.
Sicuramente i risultati raggiunti da figli allevati in quel modo, estremamente faticoso anche per la madre stessa, soprattutto tra le famiglie di immigrati in cui a giocare contro è la società in blocco, sono stupefacenti: ma leggendo mi veniva in mente quella utile metafora, che descrive la storia del mondo come un libro di non so quante pagine, e la storia dell’umanità come l’ultima riga di quel libro. Poiché la storia di ognuno di noi è una macchia d’inchiostro infinitesimale che compone l’ultima lettera, che senso ha occuparsi esclusivamente del proprio successo, dell’eccellenza, quando già metà della vita trascorre dormendo, e una buona parte a difendersi da inutili desideri di acquisti compulsivi? Senza quella minima capacità che ci resta di goderci le nostre giornate, meglio estinguersi.


sabato 10 dicembre 2011

Non facciamoci mancare niente


Credo che questo blog, anche con il suo nuovo titolo che provvederò in breve a dare in pasto al pubblico, resterà noto ai motori di ricerca in virtù di svariate malattie. Mentre iniziavo a preoccuparmi per l’assenza di tonsillite, che da oltre un mese evitava di farmi visita, ci ha pensato un altro pezzo di corpo, a dar voce alla voglia di sofferenza: alle cinque e mezza di mattina mi ha svegliata una potente colica renale.
Un micidiale minuscolo sassetto, a forma di castagna, con punta ossuta e culo strabordante, mi ha inferto quasi dieci ore di laceranti dolori, conditi da una gita al pronto soccorso dopo aver dato ordini, piegata in due sul divano, circa il libro da mettere in borsa per lenire il terrore della noia pur desiata, e poi da morfina a piene mani, da rari momenti di lucidità in cui, dimenticata su una barella in un angolo del corridoio sotto la scritta: vietato sostare in corridoio, assistevo a dialoghi tra addetti che riferivano di aver perso impegnative e perfino pazienti, ostentando sicumera coi parenti, e medici confusi (“mi danno un ricettario e io scrivo: fortuna che non mi hanno dato un kalashnikov).
Ne sono uscita, e come sempre mi ha stupita la perfetta pace dell’anima che subentra ai dolori più tremendi del corpo. Nelle pause di oblio indotto dalle più svariate sostanze psicogene, mi chiedevo, fatalmente consapevole di entrambe le sensazioni, se fosse peggio il parto o la colica.
Dopo lunghe riflessioni, credo sia peggio il parto: perché dalla colica i medici cercano di proteggerti come possono, dal parto manco per sogno, anzi, ti guardano come a dire: hai voluto la bicicletta… quasi fosse un capriccio, quest’affare di portare avanti l’umanità. E poi partorire un sassetto o un fagotto di 4 chili, pardon, non è proprio la stessa cosa. 

Sittin' in the middle of nowhere


Viste le difficoltà per raggiungere il mio blog, abbiamo chiesto e ottenuto una linea telefonica casalinga che mi permettesse di cambiargli il nome e gestirlo con la comodità dell’ ADSL, solo che il grazioso Modem antenna-munito che mi hanno inviato è connessione-incontinente (non la trattiene), quindi ogni volta che desidero lanciarmi nella rete globale devo prevedere una media di 25 minuti di attesa  al grido di “Why am I sitting in the middle of nowhere, standing here with nothing to do?” tanto per alimentare la mia autostima. Finora mi hanno aiutata Antonietta, Giorgio, Maria, Antonio e Salvatore, con un’inusuale preparazione e cortesia, ma il sistema mi sembra lo stesso un tantino complesso, e la canzonetta non risulta utile ad eccitare la fantasia, per cui il blog risulta ancora disperso, e questo word molto povero di idee.
L’inventiva non viene nemmeno aiutata dalla mancanza di pratica quotidiana (non per nulla Moravia sedeva ogni giorno alla scrivania davanti al mare di Sabaudia scrivendo dalle alle, e lo pubblicavano pure!), né dallo stato del mio inferno di lavoro: se alcuni ricchi e annoiati coglioni gareggiassero nel collezionare casini, la premiata ditta sarebbe quotidianamente visitata da maggiordomi in livrea con soldi che spuntano da ogni tasca per accaparrarsene il numero maggiore possibile, ma senza negoziare: solo cartaccia di prima qualità, qui.

E la chiamano estate


Sono tornata in ufficio, e nell’afa del meriggio, mentre il sole feroce attraversa l’edificio venendosi a piazzare davanti alla mia porta, riflettendo caparbio la propria immagine sul condizionatore rotto creando irridenti giochi di luce, mi sento addosso la voglia di lavorare di una segretaria svedese in bikini assunta per altri fini, che batte un tasto al minuto con le unghie lunghe sette centimetri. Il dolore di tornare qui è così grande da privarmi della parola per buona parte della domenica, e il fenomeno di vivere la più profonda noia pur avendo tantissimo da fare, il tempo che non basta mai e non finisce mai, contemporaneamente, mi stupisce ogni giorno. Se la finestra avesse le sbarre non mi stupirebbe, sarebbe solo una materializzazione delle mie sensazioni.
Lo so, c’è il dolore vero e c’è chi il lavoro non lo ha. Ma sono come un bambino di fronte a una zuppa odiata e all’evidenza che milioni di altri bambini la desidererebbero. Non serve a niente, in questo meriggio afoso, una zuppa. 

Gétromo?

- Mamma, ma la casa di questa capretta nel libro è senza porta!
- Infatti, Babi, la Pimpa vorrebbe entrare e la capra Elisabetta le dice di entrare dalla finestra.
- Ma perché non ha chiamato il getròmo?
- Chi, amore?
- Edgar, quello che ha fatto a noi la casa!
- Hai ragione, Babi, avrebbe dovuto chiamare il geometra, la capra Elisabetta.

La malattia libera parole

Torno ora da una settimana di –iti (tonsillite, tracheite, otite, cistite, stomatite) che, pur nella sensazione del più totale anacronismo che regala la febbre d’estate, che nemmeno ad andare in giro in torpedone, ha enormemente favorito la mia vita intellettuale, regalandomi il tempo di ritagliarmi borse da mare con le foto dei miei scrittori (una borsa di plastica con tante taschine munite di figurette di bellezze anni’50 soppiantate da Forster, Lessing, Kipling e altre decine, tra cui Joyce che si è meritato di comparire straziato, il mento in alto a destra e la fronte in basso al centro), e di leggere diversi libri.
La via del tabacco

Ho finito da qualche tempo questo libro pazzesco, in cui il degrado, la fame e la mancanza di futuro rendono una famiglia completamente priva di ogni componente umana, del senso della famiglia, della protezione, dei legami amicali, scaraventandoli nelle loro giornate a spremere calpestandosi a vicenda qualsiasi cosa possano ottenerne, da una rapa cruda all’ebbrezza di un giro in macchina in città, lasciando cadaveri specchio di sé stessi sul selciato. Un libro ben scritto, durissimo, angosciante quanto basta a capire quale orrore noi tutti celiamo dietro certe nostre porte, senza sapere con certezza quanto poco basti a spalancarle.
Il doppiaggio nel cinema italiano di Massimo Giraldi, Enrico Lancia, Fabio Melelli: un libro più di consultazione (ma chi è questa voce?) che di lettura vera e propria, in cui però ho trovato qualche curiosità su un argomento che, con la musica, mi interessa tantissimo (cosa darei per assistere a una seduta di doppiaggio)..

Una moglie a Parigi, di Paula McLain, regalo di compleanno. La scrittrice, dopo una lunga opera di ricerca, si è infilata nella vita di Helizabeth Hadley Richardson, prima moglie di Hamingway, testimone della sua prima giovinezza (l’ha sposato a 21 anni) e dei suoi faticosi inizi letterari, mollata una volta raggiunto il successo come altre mille mogli, per altre tre matrimoni e un suicidio, costellati di pagine di nostalgia per il periodo “giovane e povero”. Non approvo, di base, i romanzi i cui scrittori si impadroniscono delle vite di persone realmente esistite e, di solito, famose o vissute accanto a persone famose. Mi infastidisce il giochetto, mi sembra pericoloso, e sicuramente farcito di errori quanto una qualsiasi narrazione può assomigliare a una vita vera. Ma poi tutti i romanzi rubano dalle vite, e in tutte le vite possiamo trovare tasti nostri, e perché le vite di chi conosciamo per fama devono essere lasciate in pace, come se solo il protagonista ne potesse parlare? Insomma, mi ha coinvolta, e ho letto tutto d’un fiato, arrivando alla dolorosa e prevista fine di un matrimonio con lo stesso pathos che alcuni film americani riescono a trasmetterti nel lento incedere di una catastrofe naturale.

Cortesie per gli ospiti, di Ian McIwan. Strani eventi: tempo fa, accendo la TV per cinque minuti di pausa pomeridiana mentre Marito e Babi tornano dal parco, e trovo in un oscuro canale digitale un pezzettino di film con Rupert Everett, di quelli di fotografia super patinata e di atmosfera a metà tra un film erotico e un thriller morboso degli anni ’80. Ne leggo il tristo riassunto, mi soffermo a riflettere sul fatto che i riassunti della TV li devono scrivere dei mentecatti che ritengono che la suspense si fabbrichi mettendo a caso puntini di sospensione (“e lei se ne va a…”), e tutto si ferma lì. Il giorno dopo passeggio per un mercatino del libro usato, e, a soli tre euro per un Einaudi quasi nuovo, trovo Cortesie per gli ospiti, il libro da cui è tratto il film. Non potevo dargli asilo, per quanto McIwan sia un attore che devo riservare a momenti limpidi e leggeri della vita, perché è capace di pugnalarti e abbandonarti a rotolare nell’angoscia come un brutto incontro fuori dal peggior bar di Caracas. E così è stato.

E ora vengo cullata da “Il testamento” di John Grisham, tra le cui braccia svengo come una Rossella O’Hara col busto troppo stretto, ogni volta che la vera letteratura mi maltratta.

venerdì 9 dicembre 2011

E poi cosa, ancora?


-         - Buongiorno, mi è arrivata una bolletta dell’acqua con il bollettino per pagarla in posta, ma io ho la domiciliazione bancaria da febbraio.. 
Signora, a noi non risulta nessuna domiciliazione bancaria!
-         Ma se in maggio mi avete prelevato 49 euro!
-         A me non risulta nessuna bolletta a suo nome di 49 euro, me ne risultano due non pagate di altri importi, però…
La famiglia Bolletti ha appena scoperto che, per un errore della banca, da mesi pagava le bollette di qualche sconosciuto, sicuramente proprietario di piscina, il cui codice cliente equivaleva al nostro codice di domiciliazione, ma nessuno, nel frattempo, provvedeva alle nostre con la stessa solerzia.
La cosa più impressionante è che la cieca fiducia nei mezzi informatici crea un muro invalicabile tra due certezze, la mia che guardo i movimenti del conto in banca e quella dell’azienda dell’acqua che osserva una realtà completamente diversa. La sensazione, fino al momento in cui entrambe le parti non decidono di negare questo potere alla tecnologia, discutendo di evidenze umane, è di tale stordimento che Kafka, invece che in un castello, avrebbe scelto di smarrirsi in un hard disk

Il perchè del silenzio

ACHTUNG: DA QUESTO MOMENTO IL BLOG RIAPRE I BATTENTI, E PUBBLICHERO' DI SEGUITO ALCUNI POST SCRITTI SU WORD NEI GIORNI DI MALINCONICA ASSENZA.
LA COSA PIU' DIVERTENTE E' CHE IL VECCHIO INDIRIZZO DEL BLOG RIMANDA AL NUOVO SENZA FALLO, DUNQUE QUESTO SILENZIO, TUTTO QUESTO CASINO NON SONO SERVITI A UNA BENEAMATA CIPPA, SE NON AD ALIMENTARE LA MIA NOSTALGIA.

Ho dovuto oscurare il blog perché il Marchese de Sade stava per entrare in possesso dell’indirizzo grazie a una soffiata di una spia nazista nascosta in panni da pastorella, insomma, una trama da Ken Follett, e v’erano diversi elementi in cui avrebbe potuto con grande facilità riconoscersi, per esempio in questa foto, o in questa descrizione. E' ovvio che ho dovuto eliminare fisicamente la spia, non ancora il Kapo.
Ora mi trovo ad un bivio: proseguire a mantenere l’amato frutto delle mie fatiche letterarie occulto ai più, tramite il sistema degli inviti agli amici fedeli? Questo forse mi darebbe maggiore libertà quanto ai contenuti, avrei meno attenzioni circa dove vivo o dove lavoro, anche se credo che i più scafati ci siano arrivati benissimo; però mi sottrarrebbe l’emozione di un ingresso estraneo, di un commento anonimo e misterioso, evento raro quanto piacevole.
Cambiare completamente l’indirizzo, e rinascere con altro nome dentro qualche altra rete, come un testimone sotto copertura, confidando nelle limitate capacità informatiche del signor Kapo, e nelle immense capacità intuitive dei miei lettori? A questo riguardo, visto che la maggior parte degli ingressi al mio blog avvengono, come già detto, grazie ai termini “inverter”, “macchie”, “tonsille”, c’è una buona possibilità di venir trovata anche altrove, provocando numerose visite lampo accompagnate dalle consuete ingiurie di gente con la gola a placche interessata al fotovoltaico. In questo modo mi manterrei aperta al mondo, e l’unico dolore sarebbe rinunciare all’amato titolo del blog, una di quelle pochissime idee, nella mia vita, per le quali amo sferrarmi in solitudine grandi pacche sulle cosce, complimentandomi per l’intuizione geniale.
Che fare: cambio diritto del lettore? Non mi pare elegante ildirittoalbovarismo; sembra un forum di discussione tra mucche che non vogliono perdere le proprie radici.
ildirittodinonleggere costituirebbe una contraddizione in termini; ildirittodirileggere sembrerebbe un affronto a coloro che entrano per sbaglio (fermati, cavolo, cosa te ne frega del risparmio energetico?), con una punta di fastidiosa autoreferenzialità. Al contrario, ildirittodinonfinireunlibro funzionerebbe come un inserto subliminale: vattene finché puoi. Ildirittodileggerequalsiasicosa butta tutto in vacca, ildirittodispizzicare fa pensare a un happy hour, ildirittodileggereadaltavoce per carità, ildirittoditacere porterebbe numerosi commenti del tenore: ecco, appunto.
Probabilmente dovrò abbandonare Pennac. D’altra parte ci sono bellissimi blog con titoli orrendi, come nonsolomamma.com, che richiama direttamente le sciagurate centinaia di attività commerciali in cui ti promettono anche altro rispetto a chissà cosa. Magari calerò in titoli incisivi e crescerò in contenuti, chessò..

martedì 14 giugno 2011

Continuavano a chiamarlo Marito

Nel film “Continuavano a chiamarlo Trinità”, uno dei pochi sequel degni d’esser visti pur senza entusiasmi eccessivi, la madre di Terence Hill sente nell’aria una puzza indescrivibile e si apre ad un materno sorriso, indovinando la presenza di suo figlio alle spalle, al grido di: "Trinità!"
Ieri, affaccendata in mestieri vari, ho provato la stessa sensazione di familiarità sentendo arrivare dalla finestra un numero di bipbip, intervallato da nevrotiche maniglie che si sollevano, francamente improponibile per ogni persona assennata che utilizzi il telecomando per chiudere l’auto; solo una persona ne può controllare il funzionamento quelle dieci volte a mezzogiorno, prima di entrare a casa per il pranzo: “Bentornato, Marito!”

Un progetto da sogno

Ognuno vien su con qualche ossessione. La mia forse è puerile, ma almeno non dannosa per chicchessia.
Fin dai tempi di un’infanzia, in cui ho respirato la più grande felicità dei sensi in riva al Mediterraneo, con i suoi muri a calce, i suoi azzurri schiariti dal sole, i profumi violenti di flora rocciosa, perfino le puzze improvvise dei quartieri più interni, ho sognato di poter avere a casa mia uno spazio all’aperto da dipingere a toni marini, e da riempire con sedie impagliate e un tavolo rustico, munito di tovaglia a quadretti, sul quale appoggiare una latta di ragguardevoli dimensioni (pelati formato famiglia, tonno intero..) in cui coltivare amorevolmente una pianta di basilico del tipo greco, con foglie piccole e odore antico.
Ebbene: la location lascia a desiderare, è una tettoia con tetto bianco di lamiera e l’interno rivestito di piastrelle maron; non guarda il mare ma il mio orto disordinato e lussureggiante come fosse al tropico; piove troppo spesso; gli scaffali zincati della Marcegaglia non contribuiscono ad un’atmosfera campestre; le sedie sono di plastica nera e metallo; ma ho un grande tavolo con la tovaglia a quadretti, e ora ho preparato la mia latta, più piccola del dovuto, con il mio microscopico basilico greco.
L’effetto è un po’ da modellino in scala del mio sogno, ma in qualche modo è un inizio.

venerdì 10 giugno 2011

HEY, TU CHE ENTRI QUI...MI RACCOMANDO

Nel film “Continuavano a chiamarlo Trinità”, uno dei pochi sequel degni d’esser visti pur senza entusiasmi eccessivi, la madre di Terence Hill sente nell’aria una puzza indescrivibile e si apre ad un materno sorriso, indovinando la presenza di suo figlio alle spalle, al grido di: "Trinità!"
Ieri, affaccendata in mestieri vari, ho provato la stessa sensazione di familiarità sentendo arrivare dalla finestra un numero di bipbip, intervallato da nevrotiche maniglie che si sollevano, francamente improponibile per ogni persona assennata che utilizzi il telecomando per chiudere l’auto; solo una persona ne può controllare il funzionamento quelle dieci volte a mezzogiorno, prima di entrare a casa per il pranzo: “Bentornato, Marito!”

giovedì 9 giugno 2011

Il tabù della morte

Babi adora un cartone animato in cui delle api con zaino munito di tasto inflate - deflate vagano tra i fiori a distribuire polline al ritmo di Here comes the sun dei Beatles.
L’altro giorno casa nostra è stata tetro scenario di uno strano accadimento: tornati dalle vacanze, abbiamo trovato qualche decina di api stecchite ai piedi delle finestre del piano di sopra. Come saranno entrate? Perché sono morte? Che sarà accaduto? E soprattutto: come fare a distogliere Babi dal tentativo di risvegliarle ai propri doveri, spintonandone delicatamente coi piedi i corpicini gridando: Ma perché non cantate i com de san taratara i com de san ed ai se izorrai?

mercoledì 8 giugno 2011

Texaco, Patrick Chamoiseau

Con grande ritardo sostituisco il libro sul mio comodino elettronico, spendendo poche parole per Texaco. Mi ha lasciata perplessa, creando quella situazione mentale per cui non mi attraeva per nulla aspettandomi la sera a letto, ma trovava sempre il modo di risvegliare la mia attenzione quanto bastava ad evitare di essere abbandonato.
Un libro come un obbligo tollerato. Mi infastidivano i manierismi per cui la città era chiamata (pare dal creolo) Incittà, e la protagonista si riferisse al padre come “il mio Esternome (quello è il nome, ciò che contesto è il possessivo), e quel modo di scrivere costantemente evocativo, come un continuo incipit.
Comunque qualcosa ho imparato, su luoghi e tempi di cui ero ignorante. Andato.

Och

Il fatto che Babi, da allora, ogni sera al momento di dormire sussurri: Mamma, voglio che stiamo sempre a casa, non voglio più andare nei posti, non voglio più andare al mare, deve in qualche modo preoccuparmi?

Vacanze?

Weekend lungo di tentativi vacanzieri multipli, nella ridicola convinzione che vacanza in famiglia significhi riposo, a cui ci attacchiamo ogni volta, fino a che la realtà non ci risucchia nel suo baratro.
Abbiamo iniziato procurandoci una tenda da campeggio di quelle che si montano da sole, lanciandole nel vuoto, con l’unica precauzione di tenersi stretti ad un albero per evitare che la vivacità delle aste in fibra di vetro non scaraventi l’indaffarato campeggiatore a mo’ di catapulta sul camper dei litigiosi tedeschi vicini di piazzola. Non tralascerò di dire che il guadagno di tempo nel montaggio è più che compensato dalla faticosa opera di convinzione dello smontaggio, quando la tenda, che ha imparato ad apprezzare la vita campestre, deve essere ricondotta a forza in un cilindro di centimetri 80x10 e restarci per evitare incidenti mortali in autostrada.
La dogana ci ha introdotti freddamente in un mare di Murphy, moltiplicando esponenzialmente il consueto problema “ti metti in fila di qua e avanza solo la fila di là”. La situazione stava diventando patologica, quando finalmente ci hanno lasciati andare.
Quindi siamo arrivati nella magnifica Istria, alle cui bellezze stavo da tempo cercando di attrarre i maschi della famiglia, più legati di me alle abitudini e soprattutto alle lunghe spiagge sabbiose. Io, fin da piccola abituata a inerpicarmi sugli scogli come una capra, piena di escoriazioni dalle caviglie ai polsi, ho sempre aspirato a tornare ai cristallini mari dell’infanzia in cui per fare un bagno non devi addentrarti nella melma per una decina di chilometri con l'acqua alle caviglie. 
Arrivati al campeggio, scelte alcune piazzole affacciate sulla solitudine di un mare personale, tra le quali ce ne sarebbe stata assegnata una, ci siamo visti accogliere con la stizza di chi ritiene che il black out del sistema di prenotazioni possa dipendere in qualche modo dalla tua dannata presenza. Non era possibile assegnarci alcuna piazzola fino a sblocco della situazione elettronica.
Ora: tenere fermo alla vista del mare un bambino che da ore antelucane è rimasto fermo e paziente in un’auto in coda cercando di capire perché tutti vadano avanti meno lui e la sua famiglia, dicendogli che è necessario rimettersi in fila coi passaporti fino a data da destinarsi è cosa sovraumana, e può portare a condividere con i gestori del campeggio la convinzione di esser causa di ogni sfiga.
Ce ne siamo andati, per liberare dal nostro influsso gli altri ospiti.
Mi ricordavo un ristorantino dai tempi andati, in un posto magnifico attaccato alle mura della città, che prevedeva anche letti e colazione.
Abbiamo accettato per stanchezza una camera che cadeva a pezzi per un prezzo spropositato, dove avremmo dormito in tre in un letto. Almeno Babi ha potuto cambiarsi a razzo e fiondarsi in un mini piscina in cemento riempita dalle onde del mare. Un freddo boia, un bambino che non voleva rinunciare al gioco nonostante un principio di congelamento con tanto di labbra violacee, pioggerellina fine, insomma, tutto spingeva per la fuga, attuata la mattina seguente, con sovrapprezzo di 5 euro per averli apprezzati una notte soltanto.
Abbiamo raggiunto la cugina R e l’amico T. nella casetta al mare dove abbiamo condiviso una giornata di tempo deprimente, dedicandoci a mangiare e a sedare un Babi sempre più nervoso, che continuava ad anelare quanto gli era stato promesso, con in mano la sua paletta.
Sabato siamo di nuovo fuggiti, questa volta per la consueta località balneare di quelle che piacciono ai pargoli, con ombrelloni in fila e sabbia a quintali.
La prima fila dei nostri lettini affacciati sul mare, la piazzola comoda, la tenda munita di vita propria che ci mancava solo che piantasse da sé i picchetti, la felicità di Babi coperto di sabbia fine, il sole che faceva sempre più spesso capolino tra le nuvole, ci hanno riconciliati col mondo, ed è rimasta solo una stanchezza profonda e incurabile, visto che Babi, che non accetta più di dormire il pomeriggio, tende a cadere dal sonno alle sette di sera impedendoci qualsiasi passeggiata digestiva e a svegliarsi alle cinque del mattino pretendendo brioches senza avere compreso nel profondo il concetto di “orario di silenzio totale” del regolamento del campeggio.
Ma la sensazione di tornare nella nostra magnifica casa, per la prima volta dopo il trasloco, è stata impagabile, pur non essendoci, per il resto, Mastercard.