lunedì 12 aprile 2010

Il tempo dei cartoni eterni


Mi avevano avvertita, e dovevo saperlo, che sarebbe successo, anche se lo scarso interesse che per lungo tempo Babi aveva dimostrato per la televisione mi faceva sperare che questo stato divino sarebbe durato all’infinito.

E’ iniziato il tempo del cartone animato eterno.
Tutti i genitori occidentali, credo, sanno di cosa parlo.
Tutta colpa dell’Aerosol, ma provate a convincere un bambino dell’opportunità di stare seduto un quarto d’ora con davanti alla bocca una sorta di proboscide sbuffante che sputa aria umida e insapore, senza ricorrere a offerte pericolose per l’equilibrio familiare.

Il primo dei cartoni eterni, virus tutt’ora in corso, è “Gli Aristogatti”, e ringrazio il cielo, perché sorbirmi per 50 volte un cartone animato giapponese mi avrebbe ridotta a tale prostrazione da farmi attaccare a mia volta al respiratore.
All’inizio Babi si è appassionato alle canzoncine Scale e Arpeggi e Tutti quanti voglion fare il jazz, innamorandosi della tromba di Scat-cat fino a desiderarne una intensamente, forse sperando che note celestiali sarebbero emerse fin dalla prima soffiata. Cocente delusione, quando il nonno, amante del jazz e del nipotino, gliene ha regalata una al compleanno.
Quindi, passando per una breve passione per Adelina e Guendalina, le oche britanniche con lo zio alcolizzato, Babi alla fine si è stabilizzato con le avventure dell’infame maggiordomo Edgar, per il quale coltiva una preoccupante e duratura passione, non sappiamo bene se per elaborare il concetto di sdegno etico e morale o per averlo eletto a modello di vita. Il fatto che squadri il gatto Pantacollant come i falegnami dei film western usavano fare con i pistoleri perdenti prima dei duelli, misurando a spanne la lunghezza della bara da costruire, dovrebbe farci intuire la soluzione del quesito, ma mi rifiuto di accettarla. Interessante la reazione mia e di Marito, che, sottomessi con docilità alla dura prova delle ripetute visioni, abbiamo preso a perderci nei particolari del racconto, fino a chiederci oziosamente, durante, MA ANCHE OLTRE, lo spettacolo: Ma Romeo, secondo te rimpiangerà la vita libera da gatto randagio? Ma quanto male deve fare, a un topo, ricevere un tappo di chamagne sparato in pieno stomaco? Ma il verbo sgamare non è solo transitivo? Ma di cosa saprà la Crema di crema alla Edgar con cui il laido figuro droga la famiglia di gatti? Ma come fa quel gatto obeso a suonare il contrabbasso? Ma sai che nel 1927 saranno tutti morti (compreso Edgar che probabilmente morirà in giornata, se il baule in cui lo rinchiudono per spedirlo a Timbuctu non ha sufficienti prese d’aria)?

1 commento:

Parliamone ha detto...

Il brutto è che tutti questi interrogativi me li pongo sempre anche io quando vedo gli Aristogatti..
Dottoreeeeeeeeeeeeeeeee!!!!!!!!!!!!