mercoledì 31 marzo 2010

Geni e compravendite


Accade che non tutti abbiano il gene dello speculatore. Altrimenti il mondo non sarebbe diviso tra i Berlusconi e i fessi che lo votano e basta, traendone chissà quale nascosta soddisfazione nel vedersi rovinare; staremmo tutti ad aspettare voti, senza meritare nemmeno quello di nostra sorella.
Dobbiamo prendere atto che la mia famiglia è fatta di tipi che iniziano da una Mercedes e si ritrovano dopo pochi baratti con un mangiadischi arancione.

Questo per raccontarvi che con Marito, reduci da un monolocale che aveva coltivato il nostro amore nascente e sovrappopolato (Pantacollant era già dei nostri) in 29 metri quadri, avevo acquistato una casa che di metri ne srotolava un’ottantina, in un palazzo di edilizia popolare degli anni ’50, in un quartiere discusso per l’arrivo degli immigrati, che producono oro per gli affittacamere e contemporaneamente disprezzo per gli stessi affittacamere quando sono a pranzo dagli amici e urgono i luoghi comuni per rendere piccante la conversazione.
I soffitti erano altissimi, i pavimenti di graniglia indistruttibile, di quelli che non sembrano mai veramente sporchi (e i puristi diranno sì, ma nemmeno veramente puliti, obiezione inutile a casalinghe mediocri come la sottoscritta); la luce entrava da ogni parte, senza ritegno, dalla mattina alla sera. E ci abbiamo fatto molti lavori, tutto il meglio nei limiti del portafoglio, per metterci su una famiglia.

E poi ci siamo trasferiti, e non ci siamo trovati con una bella casa curata e colorata da offrire ad amanti del genere: ci siamo trovati con una casa degli anni ’50 in un quartiere sospetto, circondati da frotte di agenti immobiliari, che si avventano sulla preda con l’occhio ingordo, appena occultato da un contegno da pompe funebri quando mettono la mano sulla spalla e assicurano che si occuperanno loro di tutto: non possiamo sperare di vendere questa casa nemmeno per il prezzo che avete pagato prima della ristrutturazione. E’ una casa adatta alla feccia della società: studenti e immigrati.
A cui poi il proprietario affitterà camere a peso d’oro, dipinte da noi.

In effetti non abbiamo il gene dello speculatore. Però l’orgoglio del lavoratore sì. Quindi abbiamo respinto tutti gli agenti, e abbiamo messo in vendita la casa in internet al prezzo che ritenevamo giusto, in quei siti di annunci tra privati che spero risucchino in breve tutte le agenzie immobiliari del mondo fino a renderle polvere di calcestruzzo.

Cavolo: ha funzionato. Abbiamo trovato persone che vedono l’appartamento colorato e curato, i pavimenti di graniglia mai sporchi, la luce che pare il faro di un fotografo, il bagno a quadretti verdi e la camera carta da zucchero, i vicini di casa stranieri con famiglia che al massimo peccano di perbenismo, le casette intorno dove i vecchi giocano eterne partite a briscola d’estate, la cucina arancione per la quale offrire perfino dei soldi in più, costruita dopo lunghi pensieri tra ante ikea, fornelli d’acciaio e mobili fatti in casa da nonno G.

Forse i geni legano tra loro prima ancora di chi li ospita. Speculatori con speculatori, persone con persone.

4 commenti:

matteo ha detto...

Azzarderei un:
-Beh, bene. No?

Parliamone ha detto...

Il guaio non è tanto trovare chi apprezza una casa che è evidentemente un gioiellino (le persone per fortuna esistono) ma trovare i soldi.. Geni e cartamoneta difficilmente familiarizzano..
E comunque congratulazionissime!!!

gino ha detto...

mi inserisco qui in qualche modo, scusandomi perchènon sto commentando questo post ma avvertendo che ho scritto qualcosa in uno vecchio che immagino non venga in qualche modo segnalato da queste pur molto efficienti ( ma forse non troppo) diavolerie informatiche ( per le quali ho un amore-odio) Gilgamesh e enkidu di febbraio, era il post.
Ho lì accennato all'Isola di Arturo della Morante. Un libro praticamente di altri tempi, pur quasi contemporaneo. La sua prosa l'ho trovata pudica, fortemente erotica, come qualsiasi identificazione con l'adolescenza, insomma poetica. Unico neo: una qualche prolissità descrittiva, se così la si può definire, nella prima parte ma poi gli eventi, seppur prevedibili sono densi di una straordinaria poeticità.

Tanti anni fa avevo letto della stessa autrice la famosa Storia, che quasi non ricordo più. Anche se la stessa Maraini avrà avuto le sue belle qualità, quel maschio tipicamente italiano (nel senso più deteriore) di Moravia, ho la sensazione che in effetti non si meritasse una donna così interessante quale la Morante si rivela in questo romanzo.

NEF ha detto...

La storia, infatti, è nel mio scaffale dei libri più amati, e l'isola di Arturo, che conoscevo solo di fama, ora lo leggerò!