martedì 21 dicembre 2010

La fantasia al potere, ovvero conflitto generazionale

- Mamma, perchè ti scrivi gli occhi?
- Mi sto truccando, Babi.
- Anch'io voglio, quando sarò grande!
- E' una cosa che abitualmente fanno le donne, amore, tu sei un maschio.
- Anch'io voglio, quando sarò una donna!

lunedì 20 dicembre 2010

Ho sempre amato, astrattamente, alberi di natale estremamente sobri, mono- o bicolori, freddi come argento e azzurro o fintamente caldi come rosso e bianco. Ma quando tentavo di realizzarli, non mi piacevano mai. I miei alberi di natale mi hanno sempre lasciata perplessa. Quest’anno ho preso tutto quanto, in casa, avesse un cordino in cima, e l’ho messo sull’albero per fare felice Babi. Mi ritrovo con babbi natale, pecore, cavalli, renne di panno, e lucine che sono state lasciate libere di lampeggiare in quel modo squillante e inutile. E per la prima volta sono contenta di una mia realizzazione natalizia. E’ un albero parlante, sbracato, non mi soprenderei di trovarlo con una birra che discute amabilmente con Pantacollant. E’ praticamente una bocca in più da sfamare, fino a gennaio.


Qualcosa ha interrotto quell’eterno ciclo sfortunato che mi perseguita, e che quelli che mi stanno vicino prima negano, poi ammettono: la mia presenza ha sempre impedito la caduta della neve. Se mi trovavo nella città in cui studiavo, nevicava nella città dove son nata, e viceversa. Se per caso nevicava in entrambe, io ero in treno tra le due. Se andavo in montagna, mandavo in rovina decine di strutture ricettive, se seguivo una tormenta, quella si spostava oltre le Alpi a tempestare città straniere. La gente mi telefonava: hai visto che oggi finalmente nevica, che la tua maledizione è finita? Sì, peccato che io mi trovi a Algeri. Davanti ad una così crudele evidenza, mi era stato consigliato di offrire i miei servizi ai Comuni per i quali la neve rappresentasse un fenomeno particolarmente nocivo, trasformando la sfiga in business: mi offrono una camera all’Hilton, e io garantisco strade pulite per il weekend.

Venerdì è nevicato di nuovo, per tante e tante ore, senza piogge schifose, senza interruzioni deludenti. Unico oggetto sacrificale, per ottenere tale benedizione, è stato il telefono di Marito, che, scivolato da una tasca durante un lavoro di vanga, verrà rinvenuto in cortile solo al disgelo, tra le mani di un pinguino.

Dalla finestra, notte
Dalla finestra, giorno

venerdì 17 dicembre 2010

Cinecittà


Siamo sopravvissuti.
Siamo reduci dalla visita dei grandi kapi della Premiata Ditta, quelli che vengono da lontano, anticipati da un vento d’angoscia e seguiti da un mare di sussurri.
La paura della bocciatura è uguale a ogni età, e qualunque sia il livello stipendiale raggiunto.

Ho visto il panico negli occhi di diversi dirigenti, godendone con moderazione. Ho visto cambiare sedie rotte da decenni, all’improvviso, da sotto il sedere del rassegnato utilizzatore, mentre si stava accomodando. Ho visto comprare puttanate eccezionali e rifiutare l’acquisto di aggeggi utili, ma poco appariscenti. Ho visto direttori che pulivano ragnatele e se le mostravano l’un l’altro, orgogliosi come bambini; resti di festini d’ufficio sparire dietro ai cartolari; armadi sazi vibrare e promettere frane di carta alla prossima apertura. Gente che schizzava a bere il caffè di nascosto, in un sacchetto di carta come gli americani, per preservare il decoro; merende consumate negli angoli con sguardo diffidente, prati già tristi rasati a zero e sorrisi dimenticati su visi contratti da altri pensieri.

Insomma, ho visto ritinteggiare un villaggio per un film western, fatto di facciate che danno sul deserto.
E soprattutto ho visto la soddisfazione negli occhi dei grandi kapi, che non hanno avuto interesse o voglia di grattare la vernice con una monetina, preferendo godersi il catering al rinfresco.

Poi sono andata a casa, e ho visto in TV tre nomi: Polidori, Catone, Siliquini.
E il cerchio si chiude.

mercoledì 15 dicembre 2010

Il funerale di Gianna

Il 10 dicembre è morta Gianna.
Copio qui le parole con cui al funerale l'ha salutata nonno G, per ricordare una donna dal coraggio e dalla volontà eccezionali. E per ricordare che non" tutti sono uguali e rubano alla stessa maniera".

Gianna era nata a Burana, piccolo centro agricolo in provincia di Ferrara, in una famiglia di braccianti e antifascisti, quindi in un contesto che prometteva povertà, fame e angherie da parte del regime, ma anche, come lei stessa diceva, grande solidarietà umana e reciproco aiuto. Il lavoro era duro, e non solo nei campi del padrone, ma anche nelle risaie del Piemonte, dove poco più che bambina, al momento del trapianto, andava con la madre per accumulare quel poco che poteva permettere acquisti importanti come un paio di scarpe, o un pezzo di stoffa.
Ma aveva un sogno, Gianna, quello di fare l’infermiera, e ci riuscì, ad ottenere quel diploma, superando ogni difficoltà. Quel diploma la portò in XXX, prima all’infermeria del XXX, poi all’Ospedale civile, nel reparto XXX per le malattie tubercolari. Si era in pieno fascismo, e in più in guerra, ma tutto ciò non fermava Gianna se si trattata di combattere le ingiustizie. In ospedale non avevano neanche un giorno di festa e subito lei cominciò la sua lotta con l’ufficio Personale. Da sola naturalmente. Perché le compagne avevano paura. E vinse, perché le leggi lo prevedevano. Alcuni antifascisti, perché ce n’erano in ospedale, si accorsero del temperamento di quella ragazza, e la contattarono: si trattava di sottrarre medicinali e materiale per medicazione, portarli fuori e consegnarli lì, tra il mais, dove qualcuno la aspettava. (...) Quando, all’indomani dell’8 settembre, salirono sui colli i primi partigiani, la sua scelta fu immediata.
Il 9 ottobre 1943, giorno del suo ventitreesimo compleanno, i suoi genitori vennero a trovarla. Passeggiavano, e si sentivano rumori lontani che sembravano spari. Cos’è? Chiede il padre. “Sono partigiani, papà”. Non avrai mica dei grilli per la testa? “Scherzi? Sto così bene in ospedale”. Il giorno dopo Gianna salì in montagna insieme all’amica infermiera Jole De Cillia, la partigiana “Paola”, medaglia d’argento, uccisa nel dicembre ’44 dalla Decima MAS.

Iniziava così l’epopea partigiana: in montagna, fino ai rastrellamenti del novembre ’43; poi in pianura come gappista (tra l’altro fabbricava bombe da introdurre nelle caldaie bollenti dei treni nei depositi della stazione) e come staffetta. Evitò l’arresto per un soffio il giorno di un appuntamento con Oreste Cotterli che sarà impiccato il 29 maggio ’44 a San Giovanni al Natisone. In maggio fu chiamata in montagna, perché si era saputo che era ricercata dalle SS. Era da poco giunta, quando un mattino fu sorpresa in una baita dai tedeschi: si salvò rotolando giù per un pendio in mezzo ai rovi, tra le pallottole che le fischiavano attorno. E in montagna visse l’esaltante epopea della zona libera della Carnia, i grandi rastrellamenti, l’occupazione cosacca, il durissimo ultimo inverno, nascosta in un bunker con i comandanti garibaldini Andrea, il suo futuro marito, Barba Toni, Marco. A febbraio riprese l’attività nei paesi della Carnia, vestita da montanara, tra i cosacchi presenti ovunque, per riannodare i fili, riallacciare i contatti. E poi di nuovo in pianura dove partecipò alla liberazione di XXX. Nel dopoguerra le difficoltà non cessarono, cambiarono natura. Si trattava ora di gestire una famiglia con un figlio, e poi un altro. La situazione diventò durissima quando il marito Andrea fu inviato a Venezia a dirigere la federazione del PCI. Il partito pagava pochissimo i suoi funzionari e allora era necessario far convivere famiglia e lavoro. Trovò impiego all’INAM, ma dovette lottare contro prepotenze di ogni tipo, perché era comunista, perché era partigiana, perché era iscritta alla CGIL. Addirittura la trasferirono a San Donà di Piave, che doveva raggiungere ogni mattina col treno, lasciando il figlio nelle mani di improbabili baby bitter, perché allora era così la vita delle ex partigiane. Ma alla passione politica, all’impegno sociale non rinunciò mai.
Io l’ho conosciuta all’interno della Sezione Gramsci del PCI, in XXX. Nelle riunioni , si sedeva vicino al segretario e ascoltava. Prendeva la parola solo verso la fine e noi aspettavamo un po’ preoccupati il suo intervento, perché sapevamo che con lei si andava subito al sodo: cari compagni, bisogna fare questo, bisogna fare quello. Quando? Domani mattina, e ci incastrava tutti, perché aveva il prestigio e l’autorità per farlo; e perché sapevamo che lei avrebbe lavorato più di tutti noi. E lo stesso succedeva in Circoscrizione; e per la vendita dell’Unità per le case del quartiere la domenica.
Ci reclutava, marito compreso, e prenotava un numero incredibile di copie. Io personalmente odiavo quegli appuntamenti, perché mi vergognavo, e spesso comperavo a me stesso un po’ di copie che poi nascondevo dietro qualche pianta nell’atrio dei condomini. Lei invece vendeva intera la sua parte e si introduceva nelle case con una abilità incredibile: “Ma che bei fiori, signora! Ma come fa?” e piano piano arrivava al punto che voleva, alla vendita con annessa propaganda.

Quando entrò in crisi il PCI, non entrò in crisi Gianna, che riversò tutta la sua attività nel Comitato per la difesa della Costituzione, che dirigeva con determinazione; nell’ANPI, dove condusse la sua battaglia affinché alle donne della Resistenza fossero riconosciuti i meriti che a loro competevano; nell’organizzazione ogni 24 di aprile della manifestazione in memoria dei caduti di XXX, e in ogni occasione si presentasse di lotta per la democrazia e il progresso sociale, e per la memoria della Resistenza. Ancora nel letto d’ospedale, alla vigilia del Congresso provinciale dell’ANPI che si è tenuto due settimane fa, levatosi il boccaglio dell’ossigeno, a me e a Giulia che eravamo andati a trovarla, ha sussurrato con fatica: “Mi raccomando, al Congresso parlate della scuola, perché i giovani devono capire, devono sapere cos’era la Resistenza”.

Questa era Gianna, persona indimenticabile, che io collego ai migliori anni della mia vita, perché ho conosciuto, con lei e accanto a lei, le persone più straordinarie per umanità, moralità, intelligenza e coerenza, quelle per merito delle quali la vita, al di là di delusioni e fallimenti e degli sconsolanti paesaggi odierni, può essere un’avventura che vale la pena di essere vissuta.

venerdì 10 dicembre 2010

Per un pelo cade il palco

- Mamma, perché non c’è più il cavallo, lassù, ma il leone?
- E’ un cartellone pubblicitario; prima c’era il cavallo che invitava tutti ad un natale cowboyo, ora ha finito i soldini per pagarsi la pubblicità, e invece questo leone del digitale terrestre ne ha tanti e allora può stare lì nel cartellone fino a Natale.
- Ma perché ha solo il giubbotto?
- Ti ricordi il lupo dei tre porcellini? Lui ha solo i calzoni, vero? Ecco, il leone ha solo il giubbotto.
- Ma non hanno freddo?
- Forse sì, poverini.
- Non possono comprarsi i vestiti?
- Forse non hanno abbastanza soldini.
- Ma se il leone ha così tanti soldini da poter stare sul cartellone, perché non li usa per comprarsi i calzoni?
- …
- …
- Mamma, Babbo natale mi porta le bolle di sapone?
- Sì, amore santo!!

Letture round about


E’ una curiosa coincidenza, leggere tre libri di seguito i cui autori si soffermano insistentemente sulle rotonde tanto di moda nelle nostre strade.
E sembrerebbe curioso che, tra i mali della nostra civiltà, tre autori sentano il bisogno di attaccare proprio i rondò, pozzanghere erbose ormai così profondamente parte dei nostri traffici quotidiani da non lasciarci ricordare com’era prima il percorso per l'ufficio.
Ma un senso c’è, perché il gusto per la sobrietà, per la naturalezza (che non è la naturalità di un formaggino industriale della pubblicità), si vede anche da un prato, da un giardino, da una rotonda.

Il primo è stato Pejrone, del cui libro ho scritto qualche post fa, che condanna la bruttezza di certe rotonde che pretendono di replicare giardini rocciosi alpini, savane africane, steppe di muschi e licheni, senza nessun gusto, senza nessun senso del luogo, della storia, delle cose.

Allo stesso modo si infervora Umberto Pasti, in Giardini e no, libro in cui se la prende con i proprietari dei giardini status-symbol, con i collezionisti fanatici, con le signore leziose, con i garden designer, contrapponendoli alla sorprendente e toccante creazione casuale dell’aiuola di un benzinaio, o dei bidoni riciclati a vasi rigogliosi in un quartiere misero di una città africana. Anche i giardini pubblici, anche la rotonda ha un padrone, la collettività. In centro sarebbe piazza, in campagna le convergenze stradali sono state per lo più eliminate, dunque la rotonda è il marchio della periferia perpetua che è diventata la nostra campagna.
Le rotonde, per la loro natura, sono luoghi di rappresentanza, non potranno mai essere vissuti; sono lo spazio dove politici, architetti, paesaggisti e vivaisti cercano di concentrare quante più bizzarrie possibili: piante anacronistiche, che, fuori dal proprio habitat, non possono che sopravvivere a stento, totalmente incapaci di replicarsi nel normale ciclo della natura. “..così che il viaggiatore capisca immediatamente che tutti gli abitanti della città italiana in cui sta arrivando odiano il loro paese, si vergognano ella sua storia e della sua cultura, e sognano solo di vivere nella perenne estate californiana degli sceneggiati televisivi”. Pasti si sofferma a pensare che ormai è diffusa la tendenza di attribuire un valore esteticamente, e moralmente, positivo a qualsiasi cosa rompa la tradizione, sia individuabile come nuovo, benché urti buon senso e i sensi, purché la rottura sia solo apparente, superficiale, non abbia a che fare con quella sofferta lacerazione che preluda alla creazione di un’opera d’arte, si limiti a soddisfare quel bisogno di stranezza che non è che conformismo.

Anche Francesco Bonami, nel libro Lo potevo fare anch’io, in cui l’autore cerca di spiegare attraverso l’uso del senno e della sensibilità perché l’arte contemporanea è davvero arte, se la prende con le rotonde, che vengono spesso usate, in un paese in cui anche l’arte è pesantemente inquinata dalla politica, come palcoscenico di scultori privi di talento ma pieni d’amicizie, che ci appesantiscono la quotidianità di oscene sculture.
Bonami descrive i collezionisti di un tempo, che non temevano di rischiare il proprio denaro e la propria credibilità sulla base di una personale valutazione del valore di un artista. Non era quello che tutti compravano, l’oggetto del desiderio, ma quello che nessuno voleva, ed era il coraggio di passare per fessi che premiava sopra ogni cosa. E i musei del mondo hanno beneficiato di questo coraggio, non del mercato fatto dalle mode e dall’esibizionismo.
Esplicativa, riguardo al mutamento dei tempi, la metafora: è come se il proprietario di una squadra di calcio non comprasse i giocatori che gli porteranno gloria, ma andasse in cerca di vecchi campioni, a prezzi esorbitanti, che i trofei li hanno vinti da tempo.
Interessante, nel libro, anche il seguente spunto di riflessione, perché a mio parere applicabile anche ad altri campi del pensiero, in cui invece di prendere in considerazione coloro che agiscono con professionalità e serietà, se ne proclama la sparizione, dovuta invece alla pigrizia di noi utenti: Il problema non è dell’arte che deve ritrovare se stessa, come molti dicono, ma della società che deve ritrovare l’arte, al di là dei numeri, dello spettacolo e della fottutissima comunicazione.

Quanto al mio modo di pormi rispetto alle tesi di Bonami, devo dire che ho vissuto il libro con sensazioni contrastanti, in certi momenti in totale accordo con le tesi dell’autore, in altri con palese fastidio e con la sensazione che anche lui si stesse un po’ arrampicando sugli specchi.
L’arte contemporanea non mi è mai stata indifferente, sulla base di due pulsioni con cui cerco di di ovviare all’ignoranza:
- una confusa emozione, assolutamente non spiegabile in termini razionali, che mi coglie davanti a certe opere, e di cui sono grata, sentendomi quasi inconsciamente parte di qualcosa di serio;
- il fastidio che mi ha sempre creato la qualunquistica frase: potevo farlo anch’io, che mi causa una pesante orticaria e la voglia di celebrare acriticamente merde d’artista, ruote capovolte, ferite nella tela, centrini di macchie di colore.

E’ però un dato di fatto che davanti ad un’arte in cui la tecnica non serve più (almeno in apparenza, perché magari dietro ci sono difficoltà di realizzazione che non si percepiscono al primo sguardo) è più facile diventare preda di un imbroglio, di ciò che ti raccontano, come se dovessi imparare ad amare un libro solo avendone ascoltato il riassunto da più parti.
Dunque, non resta che fingersi nel proprio intimo collezionisti di un tempo, rischiare con se stessi, e apprezzare quello che farebbe piacere vedere a casa propria, non solo perché “carino”, ma perché emozionante, intelligente, o pazzesco.

PS: due ultime annotazioni in questo logorroico post
1. Bonami, capisco che un libro illustrato costerebbe moolto di più, ma francamente non puoi parlarmi di decine di artisti semi sconosciuti alle folle senza uno straccio di fotografia di ciò che descrivi. L’intento pedagogico subisce un danno non da poco!
2. Ho riportato alcuni brani degli autori, qualche volta senza virgolette, se decidevo di cambiare o omettere qualche parola per brevità. Che dire, atteggiamento poco serio, ma è il privilegio di un blog letto da pochissimi, fregarsene del copyright.

giovedì 9 dicembre 2010

No, non è normale


Se c'è una cosa che nell'infanzia sembra non avere la minima importanza, a meno che non influisca sugli eventi della giornata (piove, niente piscina!), è il tempo, in senso meteorologico - weahter-Wetter, anche se a ben pensarci pure il tempo - time - Zeit non viene trattato con gran considerazione fino a che non comincia inspiegabilmente a correre, verso i trenta.
Dunque, che un bambino di due anni e mezzo, durante la lettura di Pimpa e Olivia Paperina - tu sei gialla, Olivia - anche il sole è giallo - mi guardi e dica: Mamma, ma dov'è andato il sole? Non lo vedo da molto tempo, è qualcosa di molto diverso dalle consuete lamentele da conversazione da marciapiede, alla ah, signora, questa pioggia/sole/nebbia/siccità/neve.
E' qualcosa da prendere sinceramente in considerazione, per opporsi con forza al cielo-colabrodo che ci sta angustiando da troppo tempo. Ok, ora basta.

martedì 7 dicembre 2010

Celere?


Affascinata da sempre dall’illusione di libertà dell’acquisto in internet, mi ci sto dedicando da qualche tempo, con, finora, soddisfacenti risultati.
L’esperienza in corso riguarda l’acquisto di materie prime per fabbricarmi cosmetici e detersivi privi di petrolio, per evitare di lavare mio figlio a mo’ di pellicano della Louisiana, con la formula alla provitamina BP.

Mi sono rivolta a una di quelle farmacie che hanno annusato l’affare, e hanno sviluppato un potente negozio online in cui illustrano una serie di materiali che da anni erano scomparsi dalla libera vendita (parlo di ossido di zinco, glicerina, oli e burri) insieme a conservanti, emulsionanti, tensioattivi il cui uso, con la lentezza dell’ignorante e la volontà del fanatico, cerco di imparare.
Ebbene: non avevo preso in considerazione il fenomeno “paccocelere 3”.
Il 29 novembre la farmacia mi scrive che il pacco è partito, e me ne fornisce il codice per controllare il percorso sul sito delle Poste. Prendo atto che la merce non è più in mano loro. Ed è un peccato, almeno sapevo dove si trovava.
Per quasi una settimana il sito “trova il pacco” o qualcosa di simile riconosce la paternità del codice, ma si rifiuta di fornire informazioni ulteriori. All’improvviso, il 3 dicembre, il pacco compare in un paesino sconosciuto del basso Lazio, non senza provocarmi nostalgie, studiando google maps, nel rammentare piacevoli vacanze a Sabaudia. Comprensibilmente, anche il pacco celere decide di lasciarsi cullare dalla mitezza di quelle campagne, concedendosi, immagino, anche qualche mozzarella di bufala che spero non dovrò pagare in contrassegno, e laggiù trascorre il weekend.
Ma si sa, l’ospite puzza come il pesce, dunque il 6 dicembre lo vedo costretto a sloggiare; non essendo molto avventuroso, sceglie la direzione in cui portano tutte le strade: Roma.
Ora abita lì, e forse solo l’insidiosa disoccupazione lo costringerà un giorno ad emigrare verso il nord, sperando che mi permetta di intercettarlo prima che passi il confine.

Non avevo capito che il pacco celere 3 viaggiasse ad autopropulsione, probabilmente a piedi e senza scarpe. Se lo vedete, vi prego di ospitarlo e di dargli due soldi per la corriera, che rimborserò in contrassegno.

mercoledì 1 dicembre 2010

La luna e il dito


Mi frulla in testa da qualche giorno una considerazione del magistrato Raffaele Cantone, che da Fazio presentava il suo libro.
Ha parlato tra l’altro di un’inchiesta che ha condotto all’arresto di veterinari compiacenti che celavano le malattie delle bufale da latte per permetterne lo stesso la vendita. La reazione più diffusa, però, non è stata di sollievo, in quanto liberati da almeno questa banda di delinquenti che giocano con la nostra salute.
La reazione generalizzata è stata quella di condannare l’inchiesta, che si rivolgeva a un settore produttivo funzionante, e dunque finiva per danneggiare la crescita economica di un settore importante.

Cantone ha detto: la gente non guarda la luna, guarda il dito che la indica.

Ecco: questa, per me, è uno dei più pericolosi baratri in cui il Berlusconismo (in senso lato, composto da tutto il carrozzone di affarismo e malafede che si trascina dietro da sempre) ha portato a questo Paese. Non è più possibile guardare al fatto, ed alla sua incontestabile gravità. Non si pensa alle parole dei criminali intercettati, ma esclusivamente all’opportunità dell’intercettazione. Non ci si sofferma un attimo sui commenti che i diplomatici americani hanno dedicato al nostro presidente del consiglio, si esecra il terrorismo cosmico di Assange. Non si prova gratitudine e aspettativa di fronte alle inchieste sulla corruzione nei grandi colossi economici, ma si biasima gli effetti che ciò potrà avere sull’economia del Paese.
E’ uno degli aspetti di cui dicevo, scrivendo che non c’è più un sentiero comune su cui discutere.
Non potremo mai immaginare un’uscita da questo pantano, se la legalità non diventerà per tutti la prima cosa da difendere – anche contro interessi economici, che poi, ed è la cosa più inconcepibile, pare vengano difesi strenuamente da una moltitudine di persone al solo fine di favorire il privilegio di pochi.

In giardino a cercare aiuto

Letto “in giardino non si è mai soli” di Paolo Pejrone.
Di questi tempi mi rendo conto di leggere appassionati giardinieri per scovare idee eccezionali e consigli puntuali. E mi rendo conto che Pejrone qui intendeva semplicemente trasmettere la passione e la curiosità che rendono tale un giardiniere, e raccontare le piante e le atmosfere amiche dei suoi giorni.
Io, affamata di utili indicazioni, girovagavo stancamente attraverso lezioni di vita, dimostrando di non capire una mazza. Colpa mia, e dell'ansia d’aiuola.

lunedì 29 novembre 2010

il divenire


Babi -Mamma, perchè Pantacollant è entrato nella mia camera?
Nef - Perchè gli piace molto; guarda il tuo lettino, e tutti i giocattoli, e pensa che vorrebbe anche lui avere una cameretta tutta sua.
Babi - ...
Babi - Eh, ma solo quando diventa un bambino!

venerdì 26 novembre 2010

Al nevee

E' inutile, ogni opposizione degna di considerazione razionale non mi tange; la strada diventa un paciugo; se poi fa freddo ghiaccia tutto; in città la neve fa schifo; come cavolo torno a casa?
Non importa.
Nevica.
Senti che bel rumore.
(dalla finestra dell'ufficio)

mercoledì 24 novembre 2010

Et voilà

Ed ecco che, come niente fosse, oggi ho scoperto la ricetta della cocacola, creandone qualche millilitro io stessa, col mescolare orrido the finto della macchinetta con una sessantina di gocce di ecchinacea, ribes nero e altre robe innominabili che dovrebbero allontanare da me la perpetua tonsillite.
Giuro, la brodaglia che ho bevuto era cocacola sgasata, e vogliamo mettere i benefici, rispetto alla famigerata bibita scioglichiodi?

martedì 23 novembre 2010

Il Marchese sorprendente


Da alcuni giorni il Marchese de Sade mi sorride, mi dà amichevoli pacche sulle spalle, dà la sensazione che in corridoio aspetti proprio me per salutarmi calorosamente, risponde alle domande, ne pone altrettante sul mio stato di salute.

Ora, che io giri verdognola per i corridoi è un dato di fatto, ma nulla di nuovo, da quando Babi torna dall’asilo nido recando con sé un ragguardevole catalogo di germi e batteri, e questo non ha mai mosso il Marchese alla commozione.
Forse il corso di aggiornamento che sta seguendo, quello per dirigenti “trangugia e divora”, sprona i Kapi a shakerare periodicamente i dipendenti con fare amichevole, metodo per regalare incentivi morali senza corrodere l’entità del proprio bonus; magari avendo cura di scegliere quelli più a rischio di licenziamento, per una dolce dipartita.
Forse ha ricevuto una lettera anonima da qualche samaritano che si è inventato per me chissà che protezioni politiche, che l’hanno messo sul chi vive: teniamocela buona.
Forse, infine, soffre di dispepsia, dunque, su consiglio del medico, affronta la vita sorridendo per diminuire l’acido, e benché, vista la scarsa abitudine del viso a tale smorfia, l’effetto che ne emerga sia un increspatura delle labbra pieno di sottintesi che ti spinge ad offrirgli del denaro per indurlo a tacere segreti che ti riguardano e di cui pare essere a conoscenza (achtung citazione), l'atmosfera è comunque meglio di prima.

Che faccio, me la godo finché dura o proseguo con le dietrologie?

lunedì 22 novembre 2010

Lunedì mattina


Quello in cui tuo figlio prima diventa specchio del tuo inconscio, e poi materializzazione delle tue più becere paure, non è un giorno dal risveglio dolce.

Babi, come spesso di lunedì, ha trascorso il lunghissimo periodo tra le 6.45 e le 7.15 ad arcuarsi con forza erculea urlando a squarciagola per opporsi in ogni modo al risveglio, alla vestizione, in pratica al lunedì mattina, esattamente allo stesso modo in cui mi comporterei io se non fossi foderata da un noioso substrato di regole sociali del vivere civile a cui tendere ogni giorno, o più semplicemente se Marito non ne approfittasse per farmi internare in una struttura tipo “sereni orizzonti” dove trascorrere pacificamente, sotto anestetici, il resto della mia vita. E fin qui, tutto fila: in lui vedo le mie tensioni primordiali, le odio, lo sgrido, ne comprimo la volontà, lo costringo a tornare nella fodera sociale del bravo bambino e tutto procede come da manuale anteguerra sull’allevamento della prole.

Ma poi, in macchina, mi trovo con un Babi che stringe un biscotto per mano, senza nemmeno assaggiarlo, e sussurra, tra lacrime che si dispiegano sulle gote rosate come rotoloni regina, lentamente e inesorabilmente: non voglio andare a scuola. Non portarmi a scuola. E io gli ricordo i magnifici giochi che fa coi compagni (?), le superbe pappe che gli propinano quotidianamente (??) la simpatia che secernono le maestre ad ogni piè sospinto (???), e lo rincuoro, e lo spingo con le mie mani, a dolci colpetti sulle spalle, in una casa di cui non conosco fondamentalmente nient’altro che la vetrina mattutina e le speranze che vi ripongo, e dove probabilmente costringono mio figlio a indicibili torture che mai verranno scoperte, o comunque troppo tardi per preservare la serenità di centinaia di bambini.

Così, tra la consapevolezza delle mie debolezze e il vago sospetto sugli orrori umani, inizia la mia settimana, e il naufragar non m’è dolce, in questo mare.

giovedì 18 novembre 2010

Sviolinate


- Dov'è papà?
- E' andato a lavorare, Babi.
- Ma torna prima del buio?
- Certo che torna!
- Ah, ecco. Perchè non si può lasciare una mamma sola.

mercoledì 17 novembre 2010

Libri in trasloco


In tutto questo tempo il libro sul comodino virtuale è rimasto L’Americano di Henry James, potevo quasi immaginarlo impolverato.
E’ un libro pazzesco, in cui fondamentalmente succede così poco da rendere addirittura miracolosa la pur consueta abilità dell’autore, da me tanto amato. E’ scritto così bene, così palesemente bene, da regalare tensione e aspettativa in qualcosa di estremamente friabile, di appena accennato, e da sbattermi continuamente in faccia cosa voglia dire saper scrivere veramente, come dono.

Il comodino reale, per fortuna, ha subito un turn-over più denso di quello virtuale, attraversando:
- i racconti di Un mese con Montalbano, riletti dopo una decina d’anni e sempre godibilissimi;
- Sex and the City, il romanzo di Candace Bushnell che prese ispirazione dalla rubrica settimanale che la stessa autrice cominciò a scrivere nel 1994 per il New York Observer, da cui la nota serie di cui non ho mai visto nemmeno un episodio per i casi della vita, e che mi ha sempre incuriosita. Mi ha lasciato la stessa impressione agghiacciante di American Psycho, di un mondo ormai così corroso e soffocato dal niente da far desiderare di passare la serata con i protagonisti dell’Albero degli zoccoli a intagliare ciabatte da un cedro del Libano cantando vecchie nenie.
- Xxxxxx, ne censuro anche il titolo per la vergogna di aver creduto alla recensione entusiastica di una delle blogghiste che seguo abitualmente, anche perchè lo stesso titolo avrebbe dovuto farmi sospettare; non sono andata oltre pagina 15. Bleah.
- L’ultimo Montalbano, Il sorriso di Angelica: che dire? Mi chiedo come la moglie di Camilleri viva un marito di 85 anni il cui alter ego non fa altro che farsi traviare da giovinette statuarie, che pare pullulino a Vigata più che a un party di CSI Miami prima dell’ammazzatina. Mah, non so, questi cliche mi stanno un poco stufando, e questo un po’ influisce sulla consueta piacevolezza della lettura.

A casa


Rediviva, torno da giornate faticose, residente in altro topoluogo: siamo entrati nella casa nuova il 5 novembre, 29 ottobre per la questura, quando Babi ormai cominciava a sospettare che si trattasse di una grande illusione a cui non volevamo arrenderci.

Ogni giorno evitiamo di soffermarci sul brulicare di arnesi da lavoro che sommergono il ripostiglio esterno, sulla betoniera che ancora troneggia in cortile a fingere, dolce capro espiatorio, che la colpa di tanto degrado non sia nostra, ma dei ritardi dell’impresario che ostacolano le nostre pulizie, sui detriti che rivestono le scale della cantina e sui centimetri di polveri fini che ammantano la soffitta; occhieggiamo solo il caco (kaki?), temendo che un frutto stufo di restare appeso all’abbandono ci si spiaccichi in testa, e corriamo in casa a goderci la sudata normalità che riveste i due piani abitabili.

Ma si può onestamente parlare di normalità?
Si parla di infissi color pervinca che non si chiudono bene perché per rendere il tutto più interessante non abbiamo attribuito una corrispondenza tra ogni finestra e la sua location abituale, prima di toglierla per dipingerla, e molti giorni febbrili sono stati trascorsi da un cupo Marito, che attraversava ogni stanza con una lastra di vetro tenuta, come un francese la baguette, cercandone la più consona collocazione;
si parla di una cucina amaranto con piastrelle viola prugna, antiche madie noce scuro, moderni tavoli color betulla, piastrelle color asfalto e pensili avorio, una sedia stokke arancione per Babi e altre impagliate per noi: la scelta del colore delle tende temo sia troppo anche per me.
Si parla di un numero di porte decisamente superiore ai buchi tra le stanze che dovrebbero contenerle, dunque immagino che alcune di loro rappresentino entrate prive di cardini per altre dimensioni o cauti ostacoli al risucchio in buchi neri, ma quali? Sarebbe meglio saperlo.
Si parla di parquet che emana random orrendi effluvi di vernici che mi fanno sentire così anacronistica, nel mio bandire detersivi chimici e cosmetici petroliferi, diffondendo ovunque bicarbonato e aceto di mele, mentre Babi si bea nell’aspirare a pieni polmoni tutto il contenuto in colla di una bidonville brasiliana.
Si parla di armadi riempiti all’inverosimile a fingere un ordine maniacale: appena hai bisogno di una canottiera, prima di accingerti alla ricerca, devi sederti sul letto a raccogliere le forze trattenendo i singhiozzi, mentre il ritratto di Dorian Gray si sgretola a rivelare la verità.

Si parla di Pantacollant, che, giunto ormai alla sua settima casa in otto anni di vita, ormai non presenta nemmeno i segni di spaesamento tipici della prima visita, ed esce dal trasportino come dicendo: - ok, dov’è la mia camera? Vi prego di portarmi al più presto i bagagli e un Martini.

Il trasloco ha coinvolto 50 quintali di roba, tra i mobili e circa 95 scatoloni, alcuni fatti con metodo, alcuni figli della disperazione: tanta ne hanno cagionata al momento dell’allestimento, tanta ne hanno rivomitata all’arrivo, quando l’ultima cosa di cui hai bisogno è un cartone pieno di minuscole cianfrusaglie da spargere tra sette stanze diverse al solo fine di ricreare l’atmosfera di follia che ti eri ripromesso di fuggire.
E poi, tutti quei buchi. Trapano ovunque, per attaccare lampade, pensili, specchi, mensole, quadri, ganci, e ogni volta io ripulisco testarda, e ogni volta poi si fa un altro buco, e tutta quella polverina rossastra riemerge, tu lavi e lei riemerge, tu sputi per terra nella disperazione e lei ritorna, e poi…

Lo so, forse sto esagerando, è altamente probabile che nessun Omero canti un giorno le nostre gesta.
Ma noi abbiamo conquistato la nostra casa.

sabato 30 ottobre 2010

Do'h 2


Per il compleanno di Marito, gli amici N. e H. vogliono procurargli una roulette di un certo tenore deluxe.
H. - Fa che non dica roulotte, fa che non dica roulotte...
Commessa: - Desiderate?
H. - Fa che non dica roulotte...Avremmo una richiesta particolare...insomma..ci servirebbe...una SLOT MACHINE!
PS: per la cronaca, pare che le roulette in vendita, escludendo quelle che si trovano nei negozi di giocattoli, e che puntano con eccessiva insistenza al numero 21, tanto che tutti i giocatori in breve, fingendo di non essersene accorti, conducono le proprie fiches ad una specie di ammucchiata, dicevo, le roulette da adulti pare che non costino meno di alcune centinaia di euro, presuppongano tavoli in noce anticato provvisti di buco, richiedano tappetini di pelle umana e fiches dal costo estremamente più elevato del valore nominale. Ergo, regalo graditissimo è stato l'ultimo Camilleri

mercoledì 20 ottobre 2010

Rende l'idea

Il plastico di casa Misseri e la regressione di Vespa, di Antonio Dipollina, sulla Repubblica.
"L'evoluzione della specie plastica è approdata ieri sera a Porta a Porta. Forse c'erano anche ospiti in studio, ma soprattutto al centro della scena troneggiava un gigantesco modellino della casa di Avetrana al centro del caso Sarah Scazzi. E soprattutto davanti alla riproduzione della casa, che appariva pressoché a grandezza naturale, c'erano delle automobiline (non incluse nella confezione), ognuna di queste era la riproduzione delle automobili dei componenti le famiglie Scazzi e Misseri.
Vespa, tradendo una preoccupante regressione, si è messo immediatamente a giocare con le macchinine, spostandole qui e là per ricostruire i movimenti dei personaggi coinvolti. Dal plastico di Cogne (ormai buono solo per E-bay) alla ricostruzione dell'appartamento dei trans di via Gradoli - passato alla storia per il soppalco sbagliato - è un notevole passo avanti. In una delle prossime puntate, prevedibile (forse) il plastico della villa di Berlusconi ad Antigua, con la carta argentata per fare il mare, e Vespa che sposta da una stanza all'altra una decina di Barbie".

Devo stare calma?


Elettricista: - avete risolto quella perdita di gas?
Nef: - ?
Impresario: eccomi qua, come è andata ieri con quella perdita di gas?
Nef: - ??
Amico paterno di passaggio: - Buonasera, e quella perdita di gas?
Nef: - anf, anf, panico, ?

Morale: Il committente è sempre l'ultimo a sapere.

martedì 12 ottobre 2010

Fine cantiere?

Povera di testimonianze di queste mie giornate, sono stata.
E come il giardiniere della scuola dei Simpson, parlo.
Il motivo (delle mie assenze, non dei miei risvolti psicanalitici sardi) è che mi trovo con una casa completamente chiazzata di pittura ecologica, piena di fluttuanti teli di plastica, di nastro da carrozziere, di cavalletti, stucco e pezzi di piastrelle, e un giardino arricchito di macerie, water, battiscopa, sabbia e betoniere. E fin qui direte che si tratta di scenario piuttosto comune nei cantieri.

Sì, ma venerdì col camion arrivano tutti i mobili, e gli scatoloni di libri e vestiti, e le stoviglie. E sabato il padrone della casa in affitto ci sbatterà fuori con l’aiuto di una scopa.

Le preoccupazioni, la stanchezza, e l’ufficio che non pare dimostrarmi alcuna pietà in questo frangente, influiscono negativamente sulla creatività, nonché sulla qualità delle giornate che poi dovrei raccontare. Perché per quanto si cerchino contenuti narrativi in ripetuti giorni di: sveglia, convinci Babi ad alzarsi, corri a scuola, corri al lavoro, corri alla casa nuova (che Babi definisce: un po’ rotta, pur iniziando per osmosi a coltivare la stessa nostra fiducia in un radioso futuro), litiga con l’impresario, dipingi, puntella, stacca, ridipingi, prendi Babi a scuola, fai la cena tentando di scrollartelo di dosso, guarda Cenerentola per la sessantatreesima volta, cambialo, immergilo nel sacco a pelo e confida che si addormenti prima di te, tanto per conservare la creanza di salutare Marito con un cenno, dicevo, per quanto vi si esplorino le potenzialità romanzesche, l’effetto è un fallimento su tutta la linea (e ho capito che la Austen ce la faceva lo stesso, ma sarà forse per quello che tutti sanno ancora chi sia la Austen?)

Di nuovo chiedo ai miei lettori di aspettarmi, e di accorgersi ogni tanto delle mie sporadiche incursioni nel blog; spero di riemergere un poco chiazzata di vernice traspirante, ammaccata dal trasloco, ma piena di idee su come dirigere le giornate che verranno.

Nightmare 2: Cenerentola


Ci abbiamo provato con Winnie the Pooh, con alterni risultati.
Kamillo Kromo di Altan è durato qualche tempo, con la sua rapidità per cui iniziava e già finiva, prima ancora che si scaldasse l’acqua per lavare i piatti.
Ma non c’è niente da fare: Babi vuole solo e sempre Cenerentola.

Immagino migliaia di famiglie in cui il bambino di casa guarda impassibile per la sessantesima volta lo stesso cartone animato, sorprendendosi ogni volta come la prima, e destabilizzando i genitori nel chiedere, dopo venticinque visioni: ma perché le sorellastre rompono il vestito a Cenerentola? E tu ti chiedi che cosa mai avesse capito finora, o immagini che se lo stesse chiedendo da giorni e giorni, tentando ipotesi e facendo incredibili elucubrazioni; nel frattempo i genitori si accorgono ormai del più piccolo particolare, di ogni anacronismo, dimenticando di considerare l’onnipresente elemento fiabesco, per cui non è strano che un gatto riesca a tenersi in piedi sulla coda in un film in cui la fata madrina fa di una zucca una carrozza; anticipano senza alcun entusiasmo, caricando la lavatrice, le battute dei personaggi (“in carrozza, monta, lesta, e divertiti alla festa!”).
L'adulto cinismo penetra involontariamente nella storia “è chiaro che il principe è gay, l’hanno visto con Heider a diversi incontri di stato in locali equivoci, e gli serve una copertura” “d’altra parte lei è la copertura perfetta, manca completamente di autostima, non si ribellerà come Diana Spencer”.

Marito ed io abbiamo finalmente capito perché la prima serata televisiva, ormai da alcuni anni , abbia inizio alle nove e mezza: perché prima è del tutto impossibile impossessarsi del (tele)comando.

martedì 5 ottobre 2010

Ar convegno


Convegno.
Tutti ammucchiati in una di quelle sale che, pur essendo dislocate in eccezionali palazzi storici affacciati su piazze straordinarie, ne compongono il nucleo centrale, completamente privo di vista, dunque di finestre, aria, luce che non sia artificiale.
Non ho mai capito se si ritenga che la visione del mondo distragga i convenuti (tuttavia i medici li mandano a Cuba..), provocando continui rumorosi sospiri per la perduta libertà, o se si tratti di crudeli esperimenti concernenti l'influenza sull'individuo di una subdola riduzione dell'afflato vitale complicata da un incredibile numero di cravatte regimental.
Laddove un raggio di sole si faccia strada coraggioso, esso viene bloccato da pesanti broccati amaranto, che credo siano stati lavati meno ancora di Luigi XIV, che pare si fosse fatto il bagno in due occasioni: il servizio militare e il matrimonio (terribile, si dice, la delusione della sposa e dei camerati, appurato che era un evento isolato).
Gli interventi, come moda comanda, sono tutti accompagnati da numerose slides sparate sulla parete senza nessun riguardo, per la maggior parte concepite non come brevi e efficaci presentazioni, ma come raccolte di epistolari di monaci annoiati dunque verbosi. L'abilità sta nell'esercitare la scelta: ascolto o leggo?, scelta in ogni caso priva di conseguenze in merito al proprio arricchimento culturale.
Totale la banalità, la mancanza di pensiero e di volontà divulgativa sottesi in parole come "clasterizzare", "impattare", "implemetare", "vision", "mission", FTE, RTA, MADONN e così via - un'attenzione speciale a "physique buro", che credo riporti il concetto di physique du role all'impiegato medio.
Stupita poi per l'ennesima volta dall'incidenza di errori nelle parole di tutti questi prof. dott. ing, per cui "è proprio il miglioramento dei processi che l'azienda ha bisogno (Jovanotti docet)", oppure "non dobbiamo sobbarcarci anche di questo fardello". Per non apparire più snob del necessario, capisco che parlando in pubblico si possa formulare una frase in modo sbagliato, ma non comprendo come il relatore non se ne accorga, dopo averla proferita, e non desideri porre fine al lamento auricolare suo e della platea mettendo in chiaro le cose.
L'unico anglosassone della compagnia, con la grande chiarezza che spesso è vanto di quelle genti, per le quali il termine "divulgazione" non è equivalente a "imbarbarimento", ci ha bacchettati alla grande, ma è istantaneamente stato messo a tacere da una montagna di vuoti e imbarazzati complimenti e dal subitaneo ritorno a cumuli di ovvietà tecnicistiche, dopo un solo minuto di silenzio (il germe della vergogna?).
E anche questa volta ci siamo guadagnati il buffet, recitando o fingendo d'ascoltare; e, in questa esplosione di amarezza cosmica, mi chiedo: perchè tutto questo entusiasmo per il catering? Ma come mangia, la gente, a casa propria?

lunedì 4 ottobre 2010

Et voilà, la dignità


Solite modalità:
- Vieni. Clic
Consueto tragitto della morte lungo il corridoio.
- desidera, Marchese?
- Leggi questa tua lettera, se l’italiano non è un’opinione.

E me la getta davanti, come sa fare solo un professore universitario con il libretto di un idiota.
- …
- A me pare comprensibile.
- Ah! Comprensibile! C’è una ripetizione: qui il sostantivo, qui un aggettivo con la stessa radice, a riga due e a riga quindici!

- Forse è inelegante, ma non più della sua pietosa cravatta.


Va bene, va bene, qui il sogno si confonde con la realtà.
In effetti ho annuito compunta, devo anche aver accennato a un breve inchino, poi ho trovato un sinonimo dell’aggettivo con radice diversa da inserire a riga quindici.
Chissà se questa volta andrà bene.

Bio bono!


“…era stato travolto da un albero mentre era in moto”.
Questo refuso sulla Repubblica online del 4 ottobre, che strappa un sorriso nella tragedia, a immaginare il motociclista che scappa terrorizzato e l’albero che lo sperona crudele, è casuale metafora del nostro rapporto con la natura, fondamentalmente fatto di appelli e petizioni, acquisti pro bono di orchidee che buttiamo appena i fiori lasciano il posto a un paio di rametti secchi, inneggi e striscioni ad ogni concepimento di panda e commozione davanti a immagini di pinguini neonati, palle di pelo grigio che se potessero ci manderebbero tutti in Galizia.

E’ difficile non fare di questo post una solfa moraleggiante sui comportamenti etici e responsabili, e io proprio non ci sono tagliata; già all’idea sono divorata da un’ansia sproporzionata rispetto alla gravità dell’esperienza e al numero dei miei lettori, ma questa volta cercherò di vincere questo mio modo di essere, dato che la materia mi sta molto a cuore.
O meglio, la parte docente la lascio a persone che se ne occupano da ben più tempo e con più approfondimento, rimandando per esempio al sito http://biodetersivi.altervista.org/homepage.htm (e ai suoi link amici), che consiglio di visitare per semplici e efficaci ricette di detergenti fai da te ed intelligenti accorgimenti, e mi accontento di poche considerazioni personali.

L’impressione è che sia così difficile discostarsi dalle proprie abitudini quotidiane, che nella nostra testa esse vengono trattate come “altro” rispetto alle conseguenze che possono avere sul mondo che ci circonda.
Vorrei far riflettere un attimo sulle seguenti proposizioni:
- in casa non è necessario disinfettare tutto, anzi, quasi niente; uno spruzzino con acqua e aceto, o acqua e bicarbonato, con eventualmente poche gocce di olio essenziale coprono la gran parte delle esigenze quotidiane di pulizia
- poche esperienze sono più deleterie della quotidiana inspirazione di prodotti cosmetici e detergenti che si discostano dalle chiazze di petrolio nell’oceano solo per l’odore, debitamente mascherato da fragranze altrettanto sintetiche
- non è vero che se non è a 60° non si lava
- l’ammorbidente non serve assolutamente a nulla
- non è vero che un sapone debba fare molta schiuma per funzionare
- non è opportuno fare il bagno o la doccia, tantomeno ai bambini, ogni giorno; giuro, è un ottimo metodo per evitare di sottoporsi a decine di prove allergiche per capire come mai la pelle si sia così impoverita delle sue difese da esser ormai composta solo dai prodotti di cui la cospargiamo
- non è necessario disincrostare quotidianamente il water di casa come se ci si trovasse a dover fare pulizia del cesso della peggior bettola di Caracas dopo uno sciopero di un mese della signora delle pulizie; vi prometto che il suddetto wc non secernerà nessun batterio delle dimensioni di un peluche della Trudy, se pulito con un po’ di bicarbonato sullo scopino
- l’olio del tonno o della frittura non si può buttare nel lavandino senza conseguenze raccapriccianti per la collettività
- il bucato è pulito anche se non riempie la casa di profumi sintetici che imitano l’odore di un bosco dei cartoni animati, perché non mi direte che un bosco vero sa di quella roba lì
- Profumare gli ambienti di fragranze inquinanti e dannose per la salute, comprese le orripilanti candele, vi ha portato più uomini/donne/amore/felicità/soldi? No? E allora smettetela, una buona volta!

lunedì 27 settembre 2010

Weltanschauungen


- Babi, ti piace la casa nuova?
- Mah…veramente…no.

Stavamo guardando una sorta di colabrodo, comprato a giugno a peso d’oro, e per ora (perché è tutta questione di immensa fiducia nel genere umano) di aspetto estremamente simile a una discarica abusiva a cielo aperto; i muri esibivano ovunque ferite di mattoni e sabbia rossa, o cicatrici grigiastre; tubi di destinazione misteriosa costellavano il pavimento, che, nelle parti ancora intere, era completamente coperto da uno strato di lapilli e lava, di spessore tale che non mi avrebbe stupita trovarci dentro qualche cadavere pompeiano cristallizzato in un’eterna, tragica sorpresa. Il cortile brulicava di vecchi sanitari ingialliti, tubi arrugginiti e pezzi di piastrelle giallo senape. E io ho chiesto: Babi, ti piace la casa nuova?

Questo breve dialogo mi ha aperto gli occhi su un aspetto dell’infanzia che forse non sono l’unica a sottovalutare: i bambini mancano dell’esperienza necessaria a confidare in un futuro che non ha già potuto fornire loro degli esempi. Noi ci aggiriamo tra le rovine con un sorriso ebete, immaginando senza troppo sforzo (particolarmente le donne, credo) le piastrelle rosso fuoco che copriranno presto quell’intonaco, il parquet tirato a lucido dopo la rimozione dei reperti archeologici da post –eruzione, perfino i mobili rigirati col pensiero ad individuare la disposizione migliore; mio figlio vede una cosa informe e grigia, e un sacco di familiari che la guardano con orgoglio indicandogli la sua nuova abitazione, che non può non paragonare al suolettino verde acqua, ai quadri allegri alle pareti, alla cucina munita di cibo e di modi per prepararlo.
Noi, quotidianamente, salutiamo calorosamente, anche con una certa deferenza, degli uomini che arrivano nella nostra casa nuova e si mettono a disfare le pareti con aggeggi rumorosissimi. E più lo fanno, più siamo contenti. Mio figlio osserva, e si chiede perché mai lui venga punito se solo si azzardi a esprimere sulle pareti di casa la sua creatività con una penna biro.

Noi ci preoccupiamo, chiedendoci perché Babi indulga ultimamente a temporanee ma frequenti crisi isteriche: mio figlio crederà di esser rimasto l’unico savio al mondo.

mercoledì 22 settembre 2010

Fiumi di parole


Disarchiviare un archivio mai toccato per anni, al fine di avviarlo ai Pascoli del Cielo nelle condizioni migliori, significa liberarlo di tutto ciò che al macero possa confliggere con l’essere semplice carta - CER200101.
Scopriamo a nostre spese che un ampio settore della premiata ditta fu, per quasi un decennio, teatro d’azione di una setta chiamata “non fidarti del buco”, che della busta di plastica con buchi rinforzati per gli anelli dei raccoglitori fece il suo baluardo, il suo biglietto da visita, il suo oggi, il suo domani, il suo tutto. Ogni quaderno, invece di contenere un centinaio di fogli di niente, in questo archivio tratteneva con vivida forza un centinaio di buste di plastica contenenti ognuna un foglio di niente, che ora è necessario estrarre dalla stessa per buttarlo, o sistemarlo in cartoni con su scritto: da buttare nel 2016, da buttare nel 2017, e così via.

Sospetto che questo scambio illegale di buste di plastica coi buchi prosegua tutt’ora, vista la costante carenza in ufficio dei sopracitati ammennicoli, e avvenga tra i pini, o nei corridoi sotterranei, con finti cordiali saluti e rapide cessioni di pacchetti. D’altra parte, ho imparato ora che, per il futuro dei nostri figli e per la rapida predisposizione delle sudate carte al macero, è consigliabile limitare l’uso di quelle dannatissime buste ad una sola ad impiegato, da usare come meglio aggradi, per esempio per incorniciare la foto degli avi.

Anche i quaderni con anelloni in ferro sono da separare dai documenti, per evitare che schegge di metallo infestino la carta igienica riciclata di domani.

Dunque, la cantina dove alacremente lavoravamo muniti di guanti latex free e grembiuli anti trombo (non si possono dire sexy) verde pisello di TNT, risultava infestata di resti di buste, contenitori, cartelline incompatibili col sano macero.

Io, vedete, ho una passione per la cancelleria. Non solo ritengo che sia l’unica cosa al mondo che si possa rubare in qualsiasi ufficio senza incorrere in alcun diverbio con la propria coscienza, ma adoro guardarla, possederla, sfiorarla, usarla, e vederla morire lì, impilata e rifiutata perfino dalla raccolta differenziata, era per me una sofferenza inenarrabile.
Non così per le colleghe avviate con me in questo girone infernale privo di sedie, dunque di requie; esse odiavano l’odore della carta, i grilli che nidificavano tra i documenti per emergerne con storie incredibili, la polvere che pure non stava a noi pulire, cosa per me già di per sé sensazionale. E buttavano tutto, criticando aspramente i miei tentativi di salvare il salvabile, straparlando di chissà quali disinfezioni col napisan, fino a costringermi all’appropriazione furtiva di quello che potevo, quadernoni, fogli, spirali, e naturalmente buste di plastica coi buchi usate, per entrare anch’io a far parte di questo mondo torbido dello spaccio (aziendale).

E non solo: il mio nervosismo per lo spreco inconsulto è cresciuto fino a farmi partorire il piano di attardarmi un momento di più nella stanza senza testimoni, riempirmi di roba ogni indumento e borsa, e in seguito trasferire tutto ciò che non fosse palesemente coperto di cacche di grillo nell’armadio dell’ufficio, così da diffondere il morbo della cancelleria all’insaputa di queste maniache dello spikespan.
Piano, tra l’altro, riuscito perfettamente.

Barbarie e imbarbarimento

Su Baricco scrittore di romanzi, dopo averne mangiati cinque, coltivo una densa arte del dubbio. Di Baricco giornalista/divulgatore sono completamente stregata. Uno di quei pochi che ti mettono per qualche attimo in pace con i pensieri vorticosi che attraversano la mente, proponendo un pavimento temporaneo su cui riposare, sentendosi capiti.
Ne rubo dunque le riflessioni pubblcate su Repubblica e datate 21 settembre, per illudermi che questo barlume di comprensione mi consenta di riflettere in pace un po' più a lungo del solito.


"CARO Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt'e due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un'altra. Bene. Non tutti hanno la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi.

Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu, e che mi sembrano chiarissime).

Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent'anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l'enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull'esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l'eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione.

Quando penso ai barbari penso a Diderot e D'Alembert (apparivano come barbari all'élite intellettuale dell'ancien régime) e quando penso agli imbarbariti penso al cascame di aristocratici che mentre nasceva l'Illuminismo ripetevano a vuoto i riti di un privilegio e di una ricchezza che in realtà non avevano più le energie per motivare e difendere. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all'Imperatore che lo pagò) e quando penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti. Voglio dire che una cosa è l'insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un'altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell'ignoranza, nell'oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi. Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni, e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce, dall'altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E' lo spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a isolare, all'interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando.

L'imbarbarimento, di per sé, a me non risulta così interessante. Mi sembra un decorso fisiologico, già visto innumerevoli volte in passato, e oggi forse solo accelerato o reso più evidente dal moltiplicarsi delle informazioni e dalla abilità dei mercanti. Anche nel piccolo cortiletto della nostra Italia, assisto naturalmente allo sfarinarsi di una certa statura civile, di una certa tensione morale e di una certa tenuta culturale: ma mi chiedo se era poi tanto meglio l'Italia anni Cinquanta-Sessanta, dove una minoranza assoluta di persone coltivava un vivere alto e nobile ma la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno aveva accesso ai consumi culturali, era sostanzialmente disinformata e quanto ai principi morali si doveva fare andar bene la predica in parrocchia. Non so. Ma comunque non riesco a preoccuparmi più di tanto.

La barbarie, invece, nel senso di Page, Brin e Jobs, quella mi affascina, e quella sì mi sembra degna di essere compresa. Ti cito loro tre, ma se solo sfogli, ad esempio, Wired ti accorgi che c'è tutto un iceberg sommerso di gente come loro, solo più nascosta, o meno geniale, o semplicemente non americana (per non arrivare, semplicemente, ai nostri figli, che sono in tutto e per tutto barbari).

Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l'intelligenza, che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica: eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino l'effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell'attuale civiltà. Di fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com'è oggi: e cerco di capire: con fatica, ma cerco di capire. Cercando di non spaventarmi.

Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere diversamente. D'altronde non giudichiamo il romanticismo dall'orrore delle poesiole romantiche che scrivono i quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film penosi, e nemmeno dalle lettere sdolcinate di una ragazzina francese del 1840 che si innamora dell'avvocatucolo del paese: giudichiamo il romanticismo a partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica iniziazione all'infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti, ecc, ecc. E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all'idea che l'imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l'Illuminismo, e prima di allora l'Umanesimo, e prima di allora l'idea imperiale di Roma, e prima di allora...

Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall'imbarbarimento, e di studiare la barbarie. E studiandola ho finito per arrivare a questo crocevia della profondità. Come ho anche scritto nell'articolo, è un punto abbastanza scioccante e non riesco a scriverne senza il timore di colpire a morte qualcosa di preziosissimo. E sono anche sicuro che tra un po' di anni sarò in grado di scriverne meglio, con più precisione e più consapevolezza: ma intanto faccio tesoro di questa certezza intuitiva: il sistema di pensiero dei barbari sopprime il luogo e il mito della profondità.

Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad Andromaca.

Non ci sono meno stelle nel cielo di Copernico, né meno amore nella vita di Emma Bovary: ma sono il cielo e l'amore di un'umanità nuova, che lavorava con principi diversi, partiva da premesse inaspettate e andava ad abitare un paesaggio della mente e del cuore fino a quel momento vietato. Non c'erano nemmeno i nomi, in un primo momento, per pronunciare quel mondo nuovo: non abbiamo un nome noi adesso, per pronunciare l'asse su cui il senso è andato a disporsi, una volta sfarinata la dialettica di profondità e superficialità.
Tu dici: non diresti queste cose se tu, ancora, non fossi in grado di pensare e dire la profondità. E' un'obbiezione che mi fanno in molti. Ed è molto logica. Ma a me rivela soprattutto quanto siamo già avanti nella strada, virtuosa, della barbarie. In realtà solo gente molto barbara può giudicare profondo il mio modo di pensare o scrivere: solo trent'anni fa sarebbe parso umiliante che si discettasse di cose del genere con questo livello di approssimazione, con un simile tipo di linguaggio, su uno strumento vile come un giornale, e lasciando parlare uno scrittore di successo. Solo quarant'anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l'indomani involtola l'insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori? Non lo senti lo stridio di qualcosa che non va? Non ti sembra che qualcosa che era nel profondo è risalito fino in superficie, per diventare domanda pronunciabile, e lì l'abbiamo incontrata noi, perché lì eravamo, già da un sacco di tempo, in superficie, non la superficie degli idioti, la superficie che è il luogo del senso, il luogo scelto da questo mondo per il senso? Non pretendo di convincerti, ma se ti devo dire sinceramente quel che penso è che la tua obbiezione andrebbe rovesciata: più di quanto tu non immagini, tu ti muovi in modo barbaro, hai il talento dei barbari, hai un'istintiva comprensione di dove scorre la corrente forte del senso, e per questo dialoghi con me, e non alzi semplicemente le spalle, pensando che dico cose superficiali. E la gente ti legge, e ti capisce, perché gli racconti la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire. E' il problema dei più, oggi, il problema della gente di buona volontà. Sentono di essere ormai oltre una certa civiltà, ma non vogliono essere peggiori. In un certo senso, tu, io, e tutti loro, mi sembriamo davvero il Kublai Khan timoroso delle Città Invisibili. Era di stirpe mongola, lui: era esattamente un barbaro che era sceso a distruggere l'altissima ed eterna civiltà cinese e se ne era appropriato. Seduto sul trono, di fronte a un mercante (non a un filosofo), formula la domanda: com'è il mio impero? Non aveva una risposta, e la cercava.
Per cui, certo, la nostra battaglia è contro l'imbarbarimento: non penso di aver fatto una sola cosa, nella mia vita professionale, senza pensare, anche, ad arginare un certo imbarbarimento. Credo che la stessa cosa si possa dire di te. Ma per quanto mi riguarda, altrettanto importante mi pare non scambiare questa battaglia con una dannosa resistenza alla barbarie, intesa come intrusione del radicalmente nuovo, come forza della mutazione, e come metamorfosi ultima dell'intelligenza. Pur con una certa fatica, mi sforzo di non confondere le due cose, e nemmeno la certezza di sbagliarmi spesso riesce a farmi disamorare di questo compito, e di questo piacere".

lunedì 20 settembre 2010

Easter Parade


Letto Easter Parade di Richard Yeats, scrittore dimenticato e riscoperto recentemente da Minimum Fax, lo stesso dell’ottimo Revolutionary Road. Ho letto correndo sulle pagine, costantemente stupita della eccezionale bravura di riuscire a tenere il lettore incollato, come ad un libro avventuroso, allo srotolarsi delle vite mediocri di due sorelle che, segnate da un’infanzia non facile, scelgono due strade opposte che le fanno entrambe scivolare inesorabilmente verso il fallimento, da cui cercano di sollevarsi con tentativi sempre più fiacchi, tra uno sherry e uno scotch, man mano che gli anni le imprigionano nel grigiore dell’inconsistente illusione del sogno americano. Impera il pessimismo assoluto di un autore che ritiene la famiglia la culla di ogni infelicità, e che nel libro riversa la sua vita, la sua incapacità di reagire ad una nascita affrontata col piede sbagliato.

Ah Ah


Davanti alla sbarra dell'ingresso dell'azienda, con la macchina di servizio dopo un'orrida giornata di polvere d'archivio.
Finestrino: - gnec gnec.
Noi: - Buongiorno, ci fa entrare? Siamo dipendenti!
Guardia: - Da cosa?

lunedì 13 settembre 2010

Ultime letture


Dunque, breve riassunto della situazione: ho letto Nell’Harem, di Denise Zintgraff, e Emina Cevro Vukovic. Una copertina da libro Harmony, un titolo da filmetto erotico anni ’70 con evocazioni di odalische velate, monumento alla stupidità delle operazioni di marketing, per un libro in realtà estremamente interessante, che racconta di una donna occidentale assunta da una principessa di Riad per leggere la sera fiabe in francese a suo figlio. Credendo di partire per scoprire un mondo, vedere i mercati, esplorare suk, usi e costumi, parlare con la gente per strada, conoscere citta' antiche, resterà a vivere nell’harem per due anni, in uno spazio modernissimo per sole donne, enorme libertà di riflessione opposta a limiti di movimento, continue presenze e grandissima solitudine, privilegi e agi che trascinano all’inerzia totale, all’incapacità di trovare anche solo la forza di andarsene. L’autrice entra in una voragine di comodità, calore, lusso, abitudini completamente diverse, ricchezze che la stregano in modo sempre diverso, dalla curiosità iniziale all’apatia finale che la fa fuggire da un mondo che tuttavia porterà sempre nel cuore.
Utilissimo a capire una cultura, un mondo, ma anche gli scherzi che può farci il nostro stesso pensiero, se lasciato libero di vagare. Memento alle "casalinghe" agiate.

Ho incominciato per un grave errore L’uccello del sole di Wilbur Smith, autore mai amato ma a volte divertente nell’intreccio avventuroso dei romanzi che mi era capitato di leggere in momenti di astinenza, rubandoli da comodini altrui. In questo caso ho dovuto interromperlo, non potendo esprimere all’autore con azioni dimostrative di inaudita violenza il mio sconcerto su questo libro allucinante nella scarsissima considerazione delle donne, nel razzismo, nell’arroganza, che costellano la storia attraverso imbarazzanti commenti quasi infantili, non certo appropriati per un romanziere da milioni di copie, che sembra non poter fare a meno di trasudare amore di sé.
Speravo quasi che l’autore stesso avrebbe interrotto il filo del racconto per dire ridacchiando: ok, volevo vedere se stavate attenti.
Non è accaduto, e con gioia ho esercitato il diritto di saltare le pagine, dalla 245 alla fine.

E' la stampa, bellezza!


Due eccezionali monumenti al giornalismo moderno si sono prestati all’analisi delle mie pupille, e non vorrò più dimenticarli.

- il 10% delle persone non sono figlie del padre che ritenevano tale. Il giornalista descrive la moderna ansia da test del DNA, con il quale pare ci si possa mettere il cuore in pace sulla provenienza DOP della metà del proprio patrimonio genetico, necessità, tra l’altro, che, in assenza di malattie genetiche da sondare, mi è così estranea che mi farebbe piacere intervistare chi la sente. Lo scriba prosegue indicando il divorzio come uno dei momenti di crisi in cui, una frase buttata lì, può far sorgere un virgulto di dubbio sull’entità della propria partecipazione alla composizione della famiglia: - e quello lì non è nemmeno figlio tuo. Alla faccia del dubbio.

- E’ stato quasi completato il tram, in una grande città. In fase di collaudo, è stato solo riscontrato qualche problema al plantigrado, che non si abbassa al momento giusto, nei tratti in cui il veicolo prende la sua alimentazione direttamente dalle rotaie. Ora, come abbiano addestrato degli orsi a fare da tramite tra carrozze e filo elettrico, in bilico sul tetto del tram, già non riesco a immaginarlo, ma che debbano anche insegnargli ad abbassarsi (gli forniscono dei seggiolini?) arrivati ad un certo punto mollando l’unica fonte di equilibrio mi sembra francamente eccessivo.

Ma la fame può tutto


Babi - Mamma, andiamo a prendere un biscotto in cucina.
Nef - Vai da solo, c'è il papà che ti aspetta.
Babi - No. Ho paura.
Nef - Ma di cosa, Babi?
Babi - (.....)
Babi - Non ci sono avvocati, vero?
Nef - No.
Babi - Bon. Vado.

lunedì 6 settembre 2010

Chi teme la magistratura, e chi..


Nef: - suvvia, Babi, vai a prenderti l'acqua da solo, non fare alzare la mamma, fuori dalla stanza non è buio, apri la porta e vai in cucina.
Babi: - No, andiamo insieme.
Marito: - Ma perchè non vuoi andare da solo?
Babi: - non posso.
Nef: - Perchè non puoi?
Babi: - Non posso andare, perchè la fuori c'è l'avvocato.

giovedì 2 settembre 2010

Al cantiere


- Signora, le soglie delle finestre le facciamo di cemento o di pietra? Perché le altre sono di cemento, ma come lo troviamo, chi le fa al giorno d’oggi?
- Signora, ma questo buco nel pavimento sotto la nuova porta, come lo copriamo? Con una soglia di pietra? Con le piastrelle è impossibile!
- Signora, ma la finestra la facciamo bianca? Come, la vorreste di un altro colore?? al massimo ve la dipingete voi!
- Signora, ma le controcasse della porta a scrigno le portiamo noi o le procura lei? Ci servono tra sette minuti.

Sorvolando sul fatto che tutte le centinaia di domande che sommergono la sottoscritta nelle ultime due settimane hanno già una risposta, e che qualsiasi altra cosa io possa proporre viene irrimediabilmente schiacciata da evidenze edili a me sconosciute che rendono la scelta dell’impresario l’unica praticabile ora e per sempre;
sorvolando sul fatto che ogni mia gentile e sussurrata obiezione alle scelte stilistiche-operative-tacniche-estetiche del lavoratore viene accolta con sganasciate proverbiali, tutto un maschile darsi di gomito, silenzi ricomposti, occhiate significative ed altre sganasciate, mentre se la stessa obiezione viene posta da un membro maschile della famiglia, ivi compreso Babi, viene presa in seria considerazione prima di venir comunque cestinata per il teorema dell’impresario di cui sopra;
sorvolando sul fatto che, per evitare morti sul lavoro causate dal soffocamento per introduzione in trachea di bocconi e sigarette dovuto all’incontenibile sganasciare, abbiamo deciso che io intervenga sempre in compagna di un uomo della famiglia, che preservi il mio onore e la sicurezza del cantiere,

sorvolando su tutto questo, resto al mio posto, mi aggrappo ad un aspetto femminile e su questo non transigo: perchè mai una porta scorrevole viene definita “a scrigno”?
Chiamatela “a apriti sesamo”, chiamatela “ a astuccio di legno”, ma quando mai uno scrigno si apre a scorrimento? Eh? Eh? Come la mettiamo?

mercoledì 1 settembre 2010

La velina islamica


Questa volta, per imprimermi nella mente l'indicibilmente triste periodo che stiamo vivendo, rubo le parole di Gad Lerner sulla Repubblica odierna.
CI MANCAVA la velina islamica, dopo la donna tangente. Degna commistione fra due paesi mediterranei diversamente retrogradi, ma entrambi contraddistinti dall´abitudine a trattare la femminilità come ornamento del potere. Naturale quindi che anche la velina islamica sia vincolata alla consegna del silenzio, come il suo corrispettivo che va in onda a ogni ora del giorno e della notte sulle tv del belpaese. Il silenzio è requisito della sottomissione, e come tale lo impone la zelante agenzia Hostessweb, pena il mancato pagamento delle centinaia di ragazze scritturate a modica tariffa, confidando sul loro bisogno di lavorare.
La religione, com'è ovvio, non c'entra nulla. Nessun buon musulmano prende sul serio Gheddafi, né il suo appello alla conversione islamica dell'Europa. Se davvero la suprema Guida della Jamahiriyya fosse mosso da intenti di proselitismo, avrebbe convocato intorno a sé un pubblico misto di interlocutori, non si sarebbe rivolto a un'agenzia di hostess precisando che servivano signorine bella presenza, provocanti ma non troppo, secondo il gusto maghrebino.

C'entra invece, eccome, il bisogno di dimostrare che la grazia e la sensualità possono essere comprate col denaro. Il dittatore libico si rivolge al suo popolo prospettandogli la meraviglia delle belle donne da marito di cui l'Italia è percepita anche laggiù come il giacimento. Lui può permettersele, i suoi sudditi vedremo.
Nessuna altra capitale europea avrebbe tollerato il ripetersi, per tre volte in un anno, di una simile esibizione. Ma l'Italia è la patria delle veline, dove d'estate è normale che un sedicente rivoluzionario autore televisivo impieghi pure anziane signore nella parodia ossessiva dell'avanspettacolo, e dove perfino il capo del governo rincorre il mito dello sciupafemmine per sentirsi amato. Perché negarci dunque l'eccesso fantasioso della velina islamica?

Nonostante gli oltre quarant'anni ininterrotti al potere, in fondo Muammar Gheddafi resta pur sempre meno anziano rispetto al nostro presidente del consiglio. Hanno in comune la maschera patetica di chi insegue la longevità con camuffamenti giovanilistici. Da questo punto di vista, sono leader intercambiabili.
Se oggi Berlusconi minimizza di fronte allo squallore dei raduni di giovani femmine italiane sottomesse, che Gheddafi non oserebbe mai convocare in un santuario di preghiera islamica, e si limita a definirli "folklore", non è solo per imbarazzo diplomatico. Lui che per anni ha esercitato un indubbio potere seduttivo sulla maggioranza delle donne italiane, soffre di una vera e propria mutilazione culturale: vittima del suo stesso anacronismo, gli è preclusa la sensibilità necessaria anche solo a figurarsi le donne al di fuori di una dimensione subalterna. Gli verrebbe più facile parlare arabo che notare un evidente problema nazionale come la dignità femminile calpestata.

Ora Gheddafi, aspirante colonizzatore di Roma, viene a dirci che in Libia le donne sono più libere che in Occidente. Immagino che lui e il nostro premier scherzeranno, in privato, di tale fandonia. Per quanto tempo ancora?

martedì 31 agosto 2010

I libri delle vacanze


Mi è di grande utilità lasciar traccia dei libri che leggo, e voglio ricordare quelli che mi hanno accompagnata in questa pausa vacanziera.
L’Ipnotista di Lars Kepler. Improvvisare una recensione mi sarebbe stato più facile a libro caldo. Questi thriller nordici con cui mi cimento spesso, ultimamente, lasciano prima di tutto dietro di sé un senso di buio che non capisco se derivi da un mio pregiudizio sulla brevità delle giornate in quei Paesi, oppure dal fatto che gli autori imprimano, volontariamente o per istinto, questa atmosfera da sobborgo notturno ad ogni loro parola, servisse pure a descrivere una mattina estiva. Forse mi ci dovrò recare di persona, per convincermi della capacità di luce del popolo svedese. Non so bene cosa mi abbia lasciato: un’inquietudine diffusa, ma, toccando figli e violazioni di domicilio, non ci vuole molto a spaventare una come me. Una sensazione, come per Anne Holt, che non sia proprio il mio ideale di scrittura; troppo facile, accattivante, il modo in cui potrei scrivere io se possedessi una trama. Niente di eccezionale.
La fine è nota, di Geoffrey Holiday Hall, scrittore fantasma che dopo aver destato l’interesse, tra gli altri, di Leonardo Sciascia, che l’aveva acquistato come lettura da treno, è svanito nel nulla. Ecco, quello ha una trama. Non si arriva da soli al finale dopo solo due pagine; ci si incuriosisce, e non si capisce dove voglia andare a parare mentre si perde tra personaggi strani e testimonianze che paiono inutili. Non lo metto nel mio scaffale, ma mi sono divertita.
Il tuo orto per negati, di Charlie Nardozzi. Comprato dopo molte riflessioni tra i libri di orticoltura disponibili nelle librerie, appartiene alla collana “for dummies”, tradotta in “per negati” in Italia, dove, si sa, va bene “disonesti”, “furbi”, anche “stronzi”, ma “stupidi” non vende. Ho imparato molto sull’orto in astratto, dopo aver capito sgomenta di avere un pezzo di terreno grande più del primo appartamento che Marito ed io abbiamo condiviso con Pantacollant e un centinaio di scarafaggi (28 mq allora, 40 ora per le mie melanzane). Ora è l’applicazione della teoria, che mi preoccupa non poco, lo scenario tipico in cui le farfalline bianche non mollano, e gli afidi mangiano il resto, e non sai quanto bagnare, e Babi ruba i pomodori ancora verdi, e le erbacce crescono anche sul cemento. Solo allora potrò recensire questo libro con cognizione di causa, come capro espiatorio per evitare di recensire me stessa.

Buon compleanno


Ricordo, una delle scene più tristi a cui abbia mai assistito, un ragazzo turco trovato una sera mentre, ubriaco sfatto, si cantava da solo Happy Birthday davanti a un biscotto tondo ed a una bottiglia di orrido liquore di banana.
Spero di non suscitare la stessa pietà, ma:
oggi Ildirittodisaltarelepagine compie un anno.

Sono felice di aver incominciato questa specie di diario mettendoci lo sforzo necessario a scrivere per essere letti, non solo per se stessi. Mi sono persa alcune delle informazioni che un diario privato avrebbe senz’altro riportato (primi passi di Babi, quando? arrabbiatura in famiglia, perché?..), ma mi auguro di essere stata capace, per sfogliarlo un giorno proficuamente, di agguantare e conservare l’atmosfera di quest’anno estremamente faticoso, pieno di cambiamenti, risultati, delusioni, novità e serenità.
Quanto agli ospiti del blog, sono contenta di avere sporadiche incursioni degli amici che lo visitano, e di dar loro mie notizie se hanno voglia di leggerle; sono anche contenta delle visite sconosciute e silenziose che pare avvengano, con leggeri scalpiccii.
Magari qualcuno si è fermato; qualche volta, magari qualcuno è tornato. Che desiderare di più?
Un editore che mi legga, si innamori e mi strappi da questo buco di scrivania lanciandomi nel mondo letterario? Sigh...Mi manca la trama.

lunedì 30 agosto 2010

Vacanze


Col passo strascicato, vestita rigorosamente di nero, ho raggiunto la mia scrivania, una volta depositato Babi, attratto dalla maestra con l’inganno e chiuso nell’asilo a chiedersi perché.
Una scrivania sobria, maron come il tinello di Paolo Conte, costellata di poche carte, che già, col passar dei minuti stanno aumentando fino, lo so, a coprire tutto il laminato ciliegio, nessuna degna del minimo interesse. Anche lo spathiphyllum non pare aver sentito la mia mancanza, tutto verde, quasi ironico nel suo rigoglio.
Nessuno aveva bisogno del mio ritorno. Perché sono qui?

Tre settimane con Babi sono state molto istruttive: quel suo insistere a svegliarsi non più tardi delle sette, la colazione insieme decidendo se farla a casa o al bar come i signori, le mattine al parco, gli accordi che comportavano un’ora di giostra per un’ora di tranquillità che mi permettesse di lavare i piatti, metter su una lavatrice, impostare un ragù, come una trottola, mentre lui si guardava intorno decidendo cosa distruggere. Metterlo a letto il pomeriggio, quando il tempo vola più di ogni altro momento, e non sai se dormire, leggere, guardare fesserie alla tv, riordinare casa o accarezzare gatto Pantacollant, perché sono tutte cose assolutamente da fare, e tra poco si sveglia e dovrai dimenticarle. I viaggetti in autobus (in linguaggio babico, buatte o abutu) a vedere i treni in stazione, dove trovi altre mamme stralunate con altri bambini che guardano i treni in stazione, solo che è agosto, e questa è una città dimenticata dalla ferrovia come gli avamposti del west ai tempi dell’oro, e dunque vedere i treni significa attendere per ore una littorina sulle panchine assolate come non si è mai fatto nemmeno ai tempi dell’università, quando il solito ritardo faceva perdere la coincidenza. I giri col nonno a fare la spesa, le visite alla casa nuova, ormai fuori dal nostro controllo, che gli operai prendevano a picconate sotto lo sguardo sgranato di Babi, che esprimeva i seguenti pensieri: 1) cosa stanno facendo alla mia casa nuova? 2) perché mai non l’hanno fatto fare a me? 3) appena finiscono loro comincio io. La scoperta di una lunghissima pista ciclabile tra i campi, panorami che immagini per l’autunno visto che il mais limita lo sguardo, filari di viti, ponti di legno che percorre con noi anche il torrente, troneggiando sulla superstrada. Qualche sparuto giorno al mare, più laborioso della città, con il passeggino carico di secchielli, palette, rastrelli, mulini e gonfiabili, e la strada sotto il sole a picco fino all’appartamento di amici all’ora di pranzo, quando non ti capaciti di aver percorso lo stesso tratto poche ore prima, senza fatica alcuna. Una gita al fiume, Babi che alla vista dell’acqua si spoglia con la velocità dei Centocelle Dream Men e si butta nell’acqua gelida senza alcuna esitazione, per poi tentare di lapidare i passanti. Gli amici a cui offrire la cena che si ha il tempo di preparare, i piatti rotti ritrovati uguali, in saldo, in tutt’altro negozio; la pittura di mobili per la cameretta, arancione e azzurro come ho sempre voluto; i libri di orticoltura che mi rendono la massima esperta di orti astratti che sia terrorizzata dalla terra reale; i romanzi; le sere stanche né più né meno di quando si va al lavoro, riuscendo a fatica a vedere mezzo film.

Tutto molto istruttivo, perché la sofferenza di tornare qui non è mitigata da alcuna stanchezza per il ruolo di madre, casalinga, giardiniera che ho accolto, mai l’avrei detto, come un magnifico regalo.