lunedì 2 novembre 2009

Un colpo di forbice


I manuali di giardinaggio, normalmente laconici sulle indicazioni per il mantenimento delle piante quanto verbosi con le istruzioni per la moltiplicazione delle stesse, atto che presuppone perlomeno la sopravvivenza della pianta madre, mi hanno abbandonata in balia dei rampicanti che circondano il terrazzo della famiglia Coldiretti.
Ne possiedo diversi, ognuno con una sua personalità e una sua sopportazione del gelo, del sole e dei dilettanti.
A questo si aggiunga una cronica mancanza di tempo, che riduce a due volte all’anno circa la fiabesca visione di me con guanti robusti che poto saltellando leggiadra e fiduciosa nei tiranti che trattengono il terrazzo attaccato all’edificio.

L’altro pomeriggio d’ora solare, Marito e Babi dormivano della grossa. Quale momento migliore per dedicarsi ad attività giardiniere, prima che l’inverno cogliesse definitivamente impreparate le mie creature prive di quelle cure che è necessario prestar loro, pur non avendo la minima idea di quali siano? Peccato che, oltre al gelo che saliva per le gambe a ondate riducendole a tronchi, era già completamente buio.
Ho pensato che la potatura “alla cieca”, modello che adotto normalmente, sarebbe stato ancora più realistica se praticata a tentoni e senza riconoscere le piante che mi apprestavo a maneggiare. Inoltre, la possibilità di evitare i personalismi dovuti al reciproco riconoscimento avrebbe senz’altro aiutato a mantenere il distacco necessario al taglio netto, privo di rimorsi.
Pantacollant, gatta perspicace, ha pensato di scomparire col resto della famiglia per evitare che io prendessi coda per cactus.
Mi sono buttata nella mischia. Da allora le persiane sono chiuse, e la famiglia Scontrisbatti vive alla luce dell’abat-jour. Non ho il coraggio di uscire in terrazza a guardare la mia Waterloo.

3 commenti:

Carla ha detto...

Ma meno male che tu ce l'hai un giardino! C'è chi sta molto peggio! Io, per esempio, costretta ad abbellire la finestra di casa con una finta edera comprata al negozietto dei cinesi sotto casa, di un inverosimile verde lucido foresta pluviale, che spicca nel grigiore del traffico romano. Per dieci minuti mi ha dato soddisfazione: ho persino pensato di attaccarci qualche margheritina, oppure il glicine! Poi è subentrata la frustrazione: io, abituata al verde del polesine, cresciuta pensando che facesse parte della normalità familiare avere un giardino con alberi da frutto dove bisognava solo allungare il braccio e aprire la bocca, sono rattristata da questa mia, nuova, idea di verde.. Ma cosa devo fare?! Ho provato, ma senza balconi la vita delle piante è davvero difficile... E in casa il piccoletto le frastaglierebbe tutte peggio di una cavalletta sudamericana!

Antonio ha detto...

Io, siccome io non ho mai letto un libro di giardinaggio, mi limito semplicemente ad innaffiare le piante che tengo sul balcone (avessi un giardino!). L'unica potatura è quella dei rami e delle foglie secche, per il resto che crescano come vogliono! Per adesso le piante sono (sopra)vissute all'estate nonostante la mia lunga assenza. Aspettiamo l'inverno...

NEF ha detto...

Fossi senza balconi, credo che utilizzerei il buon vecchio metodo del ferro mobile fissato agli scuri (o, in caso di persiane, alle due pareti ai lati della finestra per fuori) che di una semplice soglia di finestra fanno un balcone fiorito, riempiendoli di erbe aromatiche (cucina) e fiori. La rottura è quella di togliere il tutto, vasi compresi, se la sera si usa chiudere le tapparelle, ma a meno di essere al piano terra basta lasciare aperto!