lunedì 19 dicembre 2016

Ultimi pasti

"Aiuto!"
Questo il messaggio che ho trovato sullo schermo del telefono, da parte di nonno G, che normalmente non ama diffondere il panico o usare parole più grandi di quanto serva, nella perfetta cognizione del peso del Verbo.
A questo messaggio è subitamente seguito lo squillo del telefono, sempre a suo nome, a cui ho risposto piena di inquietudine, ascoltando, non udita a mia volta, le seguenti parole:
"Un etto e mezzo di bresaola".
Ho richiamato immediatamente, senza risposta.
Allora si è fatta urgente una riflessione accurata.
Trovo estremamente improbabile che mio padre, accerchiato da una truppa di briganti armati fino all'osso che gli chiedano aspramente di esprimere il suo ultimo desiderio prima di essere spedito nel luogo da cui non si torna, con tono colloquiale domandi un etto e mezzo di insaccato bovino. Soprattutto senza pane.
Di conseguenza non ho potuto che concludere che a formulare l'appello fosse stato il suo telefono, forse temendo di perdere il suo predominio di vecchio cellulare di fronte alla moda imperante dei nuovi smartphone.

Senza nome

Curiosissimo, un titolo così, per un romanzo del 1862. Contiene due elementi che per la mia indole sono un binomio vincente: Inghilterra e Ottocento.
Se poi aggiungiamo Wilkie Collins, confezioniamo un pacchetto che è la mia garanzia di godimento assoluto. L'uomo, all'epoca, ha lasciato senza fiato migliaia di lettori del romanzo, pubblicato a puntate su una rivista, e ora ha lasciato me in un duraturo stato di benessere, lungo le ottocento pagine del romanzo. Numero di cui non avevo preso atto, dato che la lettura in formato ebook elimina completamente la senzazione della consistenza del libro, di peso e pagine, se non per percentuali, che non catturano a sufficienza l'attenzione. 
Mi interrogo sempre sul mio legame con l'epoca e il contesto. Non so se abbia a che fare con il fascino della trama, o con la curiosa abitudine delle protagoniste femminili di risolvere nel deliquio il sopravvenire delle difficoltà, virtù delicata che così spesso vorrei possedere, quando invece ogni colpo inferto dalla vita mi vede fastidiosamente e dolorosamente sana. Ma sicuramente subisco una totale fascinazione per come, nell'intricata accozzaglia di avventure sofferenti, poi tutto trova il modo di sistemarsi, di ricondursi al giusto e al buono, ad una qualche forma di felicità.



venerdì 2 dicembre 2016

Un uomo uno straccio

- Buongiorno, parla dell'assistenza tecnica della Nuova Premiata Ditta, nonché della Vecchia Premiata Ditta, e di numerose altre Premiate Ditte delle vicinanze?
- (sospiro) Sì.
- La chiamo perché non ho il programma che mi permetta di leggere l'estensione P7M.
- Cosa? Ma è sicura?
- Sì. Ne sono certa.
- (atterrito) Ma perché?
- E' una bella domanda, ma rimane il dato di fatto.
- Provi lei a installarsi il programma Dike
- Non ne ho i necessari privilegi.
- Ma è sicura??
- Se per sicura intende: "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi" direi di sì, ne sono sufficientemente sicura.
- Provi. 
- Se le fa piacere.
- Come va?
- "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi"
- Oh.
- Lo supponevo, sa?
- Eh. E ora come facciamo?
- Non può collegarsi lei da remoto?
(voce rotta) - Parla facile, lei. Non posso, non posso!
- ...
- Come la mettiamo?
- Ma lei è di quelle che dalla Vecchia Premiata Ditta A è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta B?
- No, sono una di quelli che dalla Vecchia Premiata Ditta C è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta D.
- (accenno di pianto) Oh, mio Dio.
- Facciamo che mi manda un tecnico?
- Oddio oddio, che possiamo fare?
- Sarebbe così gentile da aprire una segnalazione per me?
- (accorato) Mo' come facciamo? Apriamo questa segnalazione...
- Mi dispiace, causarle tanto dolore gratuito.
- (gemito) Vedrà che ne usciremo. Ecco la segnalazione.

Poi ha chiamato un tecnico meno bisognoso di ansiolitici, ma non si è riuscito a collegare da remoto. Ne è infine venuto uno in ufficio, ha alquanto sbuffato e se ne è andato. 
Tuttora non leggo il formato P7M.
 
 

Sbobba

- Donne! voi che siete esperte di minestre!
ho apostrofato ieri le giovani nuove colleghe, che si portano in ufficio contenitori con qualsiasi cosa possa essere infilato in una scatola al fine di essere mangiato, per radunarsi in pausa pranzo a gozzovigliare.
- a che ora devo mettere la zuppa sul termosifone per poterla mangiare calda all'una?
E qui si sono scatenate le più varie opinioni.
- Io ce la metto già alle sette e quaranta
- Non badare a lei, è freddolosa anche in una sauna. E' sufficiente alle 12.
- Macché, ieri ce l'ho messa alle 10.35 e l'ho mangiata perfettamente tiepida.
- Io la scaldo con l'elettricità alle 12.45, ho lo scaldavivande.

Ho seguito l'opinione della mezza mattina. Si è rivelata adatta ai miei gusti. E in più, grazie al mio rapido sondaggio, ho subito capito a cosa fosse dovuto il misterioso blackout dell'una meno un quarto, che ha spento tutti i pc dell'ufficio, lasciandomi con la sbobba pronta, ma privata di un excel su cui lavoravo da un paio d'ore.

giovedì 1 dicembre 2016

Aho'

Nella Nuova Premiata Ditta coesiste un coacervo di persone provenienti da Premiate Ditte diverse, con abitudini anche opposte e modalità operative tra le più varie.
Per esempio: noi eravamo abituati a chiudere le porte degli uffici, pur spalancandole per scambiarci un profluivio di boiate a ritmo regolare. Qui tengono le porte spalancate, anzi, ci hanno gentilmente avvisati che tenerle chiuse risulta maleducato ed escludente, ma le puttanate si fermano spontaneamente sulla soglia, per lasciar passare solo concetti più sobri, e assolutamente nessun grido di sfogo o euforia. 
Ancora, il nostro albero di Natale era un casino fatto di anni di accumulazione, con palline a forma di pigne anni Ottanta, altre a forma di scarpe di Manolo Blahnik, fili di perle, orsi col maglione. Loro un albero da vetrina di negozio di una volta, strettamente rosso e oro. Di nuovo: sobrio. 
Che poi si lavora bene, eh. Persone serie e chiare, che prendono in carico i problemi e cercano una soluzione. Materiale raro.
Ma la cosa più curiosa è costituita dai regolamenti che dobbiamo seguire, in merito a orari, permessi, mensa e ferie. 
In attesa di una regolamentazione comune, l'indicazione dei piani alti è che ognuno continui a seguire le proprie norme interne di provenienza. Dunque, nello stesso ufficio, c'è chi può usare i permessi personali retribuiti per parlare coi prof. del figlio, e chi no. Chi può andare in mensa senza avere anche il pomeriggio al lavoro, e chi solo nei giorni in cui il tempo è prolungato. Chi deve terminare le sue ferie entro metà gennaio, e chi entro giugno. Chi conserva a titolo di straordinario i minuti fatti in più, e chi li vede inesorabilmente cancellati a fine mese, come se quella vita non l'avesse vissuta. E' un po' come Roma e il Vaticano, il cui confine i turisti attraversano senza nemmeno accorgersene, ma chi ci vive lo sente. 
E noi semo i romani.

Chi l'avrebbe mai detto?

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Nel nuovo ufficio in cui ci hanno messi c'è una finestra che dà su un parco bellissimo.
E, in lontananza, delle serre bianche, tunnel di plastica che contengono chissà quali delizie vegetali.
Le serre, sistemate tra gli alberi e parzialmente nascoste dai rami, risultano ad un primo e distratto sguardo, quello che preferisco, come una pozza d'acqua, realisticamente un lago, ma a me piace pensare al mare.

In questo ufficio ci hanno trasferiti a forza. Ci hanno ceduti da una premiata ditta ad un'altra. Dopo corsi e anni spesi a favorire il nostro attaccamento all'azienda, si sono offesi perché non accettavamo subito e di buon grado di essere ceduti ad un'altra, il cui destino è forse un po' più in bilico. Ma questo è un altro discorso. E tra il vecchio e il nuovo io voto sempre nuovo. Perché frequentemente la strada battuta è estremamente noiosa.

Tra le cose nuove che ho trovato qui c'è questo parco, con gli scoiattoli che giocano trascinando quelle lunghe code a spazzola, i cachi che crollano pesanti sul terreno perché pare che in questa Regione si ami solo piantarli, non mangiarli. Piccoli alberi pieni di mele del diametro di una pallina da ping pong, buonissime quanto bruttine per la mancanza di anticrittogamici. Edifici un po' cadenti, appartenenti all'ultima epoca in cui si costruiva con gusto, che paiono dare ancora ospitalità alle anime tormentate che ci hanno vissuto. E questo mare finto, che ogni mattina mi regala una preziosa e volatile illusione.

Penso di averci guadagnato, a venire qui.

sabato 26 novembre 2016

Notti in bianco, baci a colazione

Non so che faccia possa avere l'editor che ha suggerito questo titolo. O forse l'ha fatto lo stesso Bussola, dopo alcune notti passate con la figlia minore febbricitante sullo stomaco. Roba che ci si avvicina al libraio per conoscerne la collocazione, dopo aver cercato disperatamente di far da sè, e si sussurra il titolo come si confida al farmacista di avere le creste di gallo (se poi il farmacista ti guarda in testa e dice: Non mi pare, beh, quella è un'altra storia).
Ed è vero che questo libro viene da un blog, e la cosa un po' si sente e un po' lo limita.
Ma mi è piaciuto, mi ha fatta ridere con la voce: "ah ah ah", e perfino piangere in un paio di casi. Condivido ciò che pensa, tanto da sentirlo un po' mio, capisco a fondo molte sue posizioni, e non mi sono annoiata mai. Un po' di invidia per la lucida consapevolezza dell'importanza del ruolo paterno, quando io mi sento ancora incapace di riconoscere appieno la bellezza del tempo che non tornerà nella vita di un genitore.