............Un fondamentale diritto di libertà del lettore sancito da Pennac mi ispira nel lasciare traccia delle pagine che leggo e di quelle che vivo. Entrambe se ne vanno via troppo in fretta.
Non ho resistito a comprare questo romanzo per
Jeeves, il mio Ebook reader, per tre motivi:
-Ricordavo la Dunne, afronte di un unico esemplare acquistato in edicola in un momento di
astinenza mista a lungo viaggio, miscela potenzialmente mortale, come ottima
lettura da treno, abbastanza leggero da permetterti di riposare, coinvolgente
da distrarti dal mondo che vortica, ma non abbastanza da liberarti di quel
cinico imbarazzo per il concetto di best seller utile a evitare di piangere in
pubblico o di vederti sottrarre la valigia.
-Era in super offerta sul sito Amazon: 3 euro
-Volevo a tutti i costi provare a leggere un ebook come
si deve, con formato kindle, che puoi estendere e ridurre a piacimento, senza
passare il tempo a fissare quei minuscoli pdf craccati che ti fanno sentire
povera, ossia ricca di letteratura fondamentalmente illeggibile.
Il romanzo d’esordio della scrittrice irlandese, che
tratta di una donna con famiglia medio borghese mollata all’improvviso da un
marito che si scopre mostruosamente egoista, e risale la china dell’entropia
con una forza che invece il marito, abbandonato presto dall’amante, non saprà
trovare (il consueto dilemma: passata l’ebbrezza, chi mi lava il calzino?) corrisponde
perfettamente al mio ricordo: non annoia, non mi hanno rubato alcuna valigia
(ho controllato in soffitta), in un qualche modo ti affezioni alle sorti dei
personaggi, è realistico e ti chiedi cosa faresti se capitasse a te ma tuo
marito non può essere così bestia vero??
Solo, come l’altra volta, la scrittura, che pare
essere uno dei punti di forza dell’autrice, nella sua semplicità, mi colpisce
per assenza totale di complessità. Eccessiva mancanza di complessità. E’
elementare, Watson. Nel pensiero.
Qualche volta mi ricorda i miei tentativi di racconti
scolastici, accorati e tristanzuoli. Il che non toglie che se avessero venduto
milioni di copie, ne godrei immensamente tutt’ora..
Cominciamo col dire che sabato sera da Fazio Marito
ed io siamo fans assoluti di Gramellini, che ascoltiamo e condividiamo, con cui
ci indigniamo e ridiamo e pensiamo.
Dunque ci sono tutti i presupposti affinché il mio
lato curioso delle vicende umane sia interessato a sapere di più. Come capita
con gli amici, con le persone per cui giungi a provare una qualche forma di
affetto, anche solo lontano, televisivo, dunque forse fasullo.
Quindi ho letto questo romanzo con coinvolgimento e
passione, a volte scrutando la foto dell’autore sul retro del libro per
leggerci con rispetto i segni di tanto dolore. Gramellini parla della morte
della madre, quando aveva nove anni, che l’ha lasciato con persone che non
hanno saputo sostituire degnamente l’affettività materna e la cui morte ha in
un certo modo bloccato la sua vita, rendendolo incapace di reagire
costruttivamente, fino alla scoperta, a quarant’anni, del fatto che si fosse
suicidata per il terrore di un cancro che l’aveva invasa, e al successivo
perdono per l’abbandono, che gli ha permesso di riprendere a crescere e vivere.
La storia fluisce mantenendo alta l’attenzione pur conoscendo già il colpo di
scena, ed ero contenta di tornare al mio libro, perché l’uomo scrive bene, è
spiritoso e scorrevole.
MA
Trovo sempre così difficile comprendere come ci si
possa trascinare un trauma di questo tipo per così tanti anni, senza saper
reagire e trovare una strada per vivere -e questo, lo so, è un commento
arrogante. Mi si risponderà: se è successo è possibile. Forse, per capire
l’umanità di un suicidio, bisogna essere cresciuti con l’affetto che a lui è
mancato, o forse, per non capirla, bisogna viverla direttamente. Però.
E poi mi destabilizzo ogni volta che leggo una storia
così tanto privata, che abbraccia e serve in un vassoio tutta la vita di un
uomo, così vera, perché è vera, e ci sono tante persone coinvolte, ed è come
smutandarsi l’anima, e in parte denudare altre persone, e credo che non ne
avrei mai il coraggio, per me e per chi mi è vicino.
E così la mia carriera da scrittrice è fallita in
partenza, non avendo particolare talento per la fantascienza.
Quando mi chiedevo quale fosse la differenza tra la mia compulsione alla differenziazione delle immondizie, con tanto di ansia da prestazione, e la pigrizia che comprensibilmente coglie la maggior parte della gente nel lavare una scatoletta di tonno da buttare via, non capivo. Dal primo giorno di ERASMUS in Germania mi sono trovata moralmente sollevata perchè obbligata a tenere sette diversi contenitori per la differenziata in un monolocale. Mi sentivo come alleggerita di una responsabilità, in un periodo in cui in Italia non se ne parlava nemmeno.
Ora, con il libro di Mercalli, ho capito. Cambiamenti come quelli che dobbiamo intraprendere in fretta, per cercare di cucirci una tuta di gommapiuma per attutire la caduta che verrà, oh se verrà, non possono essere accettati e messi in pratica in maniera razionale. Devono essere emotivi, un po' come l'autarchia durante la follia collettiva del fascismo, naturalmente privo degli aspetti deteriori come imperialismo e razzismo, ovvero senza fascismo.
Insomma, questa cosa deve venire da dentro le ossa, in una sorta di orgoglio fanatico collettivo, che ci darà la spinta alla ricerca di un modo diverso di vivere, a raccogliere la pioggia in ogni modo, pure con la lingua, a lavorare il più possibile attaccati a casa, a coltivare ortaggi in qualsiasi contenitore, e sul più piccolo davanzale, a evitare di prendere l'auto, a produrre energia e consumarne lo stesso meno, a trovare al più presto un'alternativa al PIL e alla crescita furiosa come unica fonte di benessere.
Questo libro calza i miei sogni in morbida lana autarchica.
Lo ammetto: a bagno nella mia stizza da romanziera
fallita in fieri, volevo cogliere in castagna Simonetta Agnello Hornby, sicura
che il livello di scrittura dimostrata con le sue storie siciliane non
potessero riflettersi in storie contemporanee e Londinesi, come niente fosse,
come se uno scrittore mantenesse il proprio equilibrio con in mezzo
milleottocento chilometri. E poco importava che comunque scrivesse di ciò che
vive e conosce bene, con la fortuna di vivere e conoscere bene due mondi.
Niente da fare: la scrittura (pare sia stato scritto
in inglese e poi in italiano, ma non a mo’ di mera traduzione, dalla stessa
scrittrice) rimane eccellente, la storia coinvolge e sconvolge, fa temere per
quegli accadimenti imprevedibili che possono gettare nello sconforto, e per come
i ricchi a volte possano difendersi meglio dei poveri anche da questi lampi di
sfortuna che la vita manda a caso a interrompere le vite qualsiasi.
Solo un appunto, sempre per pura invidia: abusare in
italiano è intransitivo, ed è stato tradotto come transitivo in giro per tutto
il libro. Ma…do’h, mi corregge l’Accademia della Crusca, citando nientemeno che
il Tasso: «Infuriossi allor Tancredi e disse / - Così abusi, fellon, la mia
pietà?».
La creatività subisce duri colpi dalla stanchezza e
dalla fatica mentale. Ormai non mi ricordo più niente, e nemmeno quei fragili
spunti di scrittura che impegnano qualche neurone sopravvivono alla giornata, e
all’ansia da tastiera. Questa notte ho sognato che tutto il consiglio di
Amministrazione della premiata Ditta ci radunava in una stanza, mostrando
un’indignazione profonda di fronte al nostro inqualificabile comportamento:
solo ometteva di dirci di cosa dovessimo vergognarci.
E poi, dopo un tempo apparentemente eterno di
strigliate, ho sognato uno psicologo, che mi diceva: ragazza mia, se fai sogni
come questi, sei molto male.
Questo libro mi chiamava da anni dai mucchi di tascabili
alla gloriosa Feltrinelli in cui trascorrevo buona parte del tempo regalato di
quando ero studentessa. Ogni volta me lo rigiravo tra le dita, ne leggevo la
quarta di copertina, sospiravo. Qualche volta finiva sul mucchio di tomi che
reggevo sotto le ascelle come un francese la baguette, e poi, prima della
cassa, tornava al suo posto. Perché nella maggior parte dei casi, quando ho
letto libri non consigliati o recensiti da persone di mia fiducia, ma basandomi
su titolo, sulla copertina o su non so quale sortilegio della carta, ne sono
rimasta delusa. Era diventato il simbolo del libro che potrebbe deludere, senza
che io, né lui, immagino, lo desiderassimo.
E poi l’ho visto tra i cinquanta libri scelti da Baricco
nei suoi articoli della domenica sulla Repubblica.
Badate: non ho letto la recensione prima di prendere il
libro, ho solo accettato il consiglio come quello di un amico che si incontra
per caso aspettando l’autobus, e, mentre sta salendo, dice: dimenticavo, ho
letto Il medico di Corte, te lo consiglio! Insomma, mi è bastato l’autorevole
via libera al mio desiderio. Solo oggi ho letto cosa Baricco ne dicesse.
E adesso? Immagino che, circolando in rete la sua recensione,
la mia diventi un inutile orpello. Quindi mi faccio anch’io promotrice della
sua capacità di impastare le parole, dandogli umile ospitata.
"Accadde tutto realmente, nel
piccolo regno di Danimarca, nella seconda metà del Settecento. C’era questo re,
Cristiano VII, che con ogni evidenza era poco più di un ragazzo demente,
inadatto a svolgere con la necessaria linearità le più semplici funzioni della
sovranità. Cercarono un medico, allora, per provare a limitare i danni con una
qualche cura. Trovarono un tedesco: si chiamava Friedrich Struensee. Era
brillante, abile e cresciuto nel verbo dell’Illuminismo. Prese per mano il re,
convinto che pazzia fosse un nome troppo riassuntivo per definire quello che
poteva succedere nel cervello di un uomo, e sicuramente di quell’uomo. Lo
riportò a galleggiare passabilmente sulla superficie delle cose e si guadagnò
la sua più completa fiducia. Non ci mise molto a diventare l’amante della
regina, la persona più influente del regno e l’uomo che impresse alla Danimarca
la più fulminea e incredibile delle rivoluzioni illuministe che la storia
ricordi. Morì, decapitato, un paio di anni dopo, giudicato colpevole di Lesa
Maestà.
Fin qui i fatti. Bisogna poi
saperli raccontare, se quello che vuoi farne è un romanzo.
Per Olov Enquist è un narratore
squisito, e in quel particolare artigianato (distillare dalla Storia delle
storie) è, per quel che ne capisco io, uno dei migliori. Ha oggi 77 anni, è
noto per il suo impegno politico, è svedese. Non ci sarebbe da stupirsi se ce
lo ritrovassimo premio Nobel, prima o poi. Ma a parte questo: scrive limpido,
con architetture nitide e mai banali, una misura incantevole e dei cambi di
velocità da ragazzino. Di rado forza le cose, e spesso sembra giusto
accompagnarle, come pochi scrittori sanno fare. Ha un timbro di voce di cui non
ho mai veramente scoperto il segreto: credo che parta da una specie di
freddezza da referto medico e poi la scaldi al fuoco lento della sua personale
meraviglia. Il risultato è strano: è come sentire un notaio che legge un
testamento, ma il testamento è il suo, e allora la voce è più calda, e ogni
parola piena di cose, e il tutto così irripetibile – ordinato ma irripetibile.
Una cosa, in particolare, gli devo riconoscere, con invidia: ha un modo sconcertante
di prenderti, ovunque tu sia, e di posarti in mezzo alle storie che racconta:
lo sanno fare in molti, ma lui lo fa con un gesto mite, da artigiano modesto,
che ti prende di sorpresa. Ti ritrovi lì in mezzo, ma maledettamente in mezzo,
e neanche ti accorgi che qualcuno ti aveva preso in mano e ti aveva posato
su quella scacchiera di cui nulla sapevi. Lasci che lui giochi, allora, ed è,
per lo più, un piacere".
Il medico di corte è probabilmente
il libro che gli è meglio riuscito, ma non è solo per questo che l’ho amato
così tanto da parlarne oggi. L’ho amato anche perché custodisce una fantastica
lezione sull’Illuminismo (e dunque, se posso avanzare un consiglio accessorio,
un’ideale integrazione alla lettura del libro di Berlin sul Romanticismo). Forse
non avevo mai capito veramente la forza utopica e la follia visionaria delle
idee illuministe fino a quando Enquist non mi ha raccontato la fulminea
rivoluzione danese di Struensee: fino a quando lui non mi ha fatto vedere da
così vicino la realtà di un paese rivoltato come un calzino, in pochi
mesi, sotto la scossa elettrica di folli ideali di libertà, di razionalità, di
naturalità. Uno spettacolo sublime e grottesco. Una specie di Sessantotto in
porcellana. Non si ha idea di come d’improvviso, centinaia di pagine lette e
capite, mi siano tornate addosso, vive però, adesso, e perfino un po’ roventi.
Una lezione, dico.
"Si legge non tanto per imparare, allora, nè in fondo per essere intrattenuti in modo intelligente: lo si fa per lasciare che quella prosa scorra su certe personali stanchezze, o sconfitte, o disfatte, e ne lenisca il bruciore, sciacquando via lo sporco della ferita. Così si legge per il puro piacere della lettura - e per salvarsi". Alessandro Baricco
La verità, in sostanza, è che per quanto concerne la lettura quello che cambia sono solo gli strumenti. L’atto di tradurre in parole le nostre emozioni più profonde e le nostre paure più segrete, di soccorrere l’esperienza, di rendere presente il parlante che non è lì e neppure ci parla, è rimasto immutabile dai tempi dei primi lettori in sumero. Alberto Manguel
Madre all'improvviso, sono fiera di affrontare quotidianamente il consueto sconvolgimento universale del neo genitore, ma altrettanto di essere riuscita a lasciare intatta la parte di me che ha bisogno di leggere per concepire una vita degna.
E ora, abbandonandomi alla vanagloria, perchè non scrivere?